La nebbia si era addensata tra i portici di Bologna quando il telefono di Elena vibrò con un numero sconosciuto. Era l’ospedale Sant’Orsola: sua madre, operata d’urgenza nel pomeriggio, era stata trasferita in rianimazione e il medico le chiedeva di raggiungere il reparto al più presto. Elena si trovava in centro, in via Zamboni, lontana dalla metropolitana chiusa ormai da un’ora, e gli unici autobus notturni erano stati sospesi per un guasto alla linea elettrica in zona Irnerio.
Il vento gelido le sferzava il viso mentre il cellulare le emetteva un ultimo segnale acustico prima di spegnersi: batteria esaurita. Non c’era un taxi in sosta, le strade erano deserte, e il panico le serrava la gola. Entrò quasi senza fiato in un bar ancora illuminato in via delle Belle Arti, implorando un gesto di pietà al banconista. Non conosceva alcun numero a memoria, ma gli occhi le caddero su un adesivo appiccicato al vetro dietro il registratore: Radio Taxi 24, giorno e notte.
Le mani le tremavano mentre componeva il numero sul telefono fisso del locale. Alla prima squillata rispose una voce calda e ordinata, che le chiese dove si trovasse e se avesse bisogno di assistenza. «In cinque minuti sarà da lei,» le assicurò l’operatore. Appena riagganciò, una berlina nera scivolò silenziosa davanti all’ingresso, accostando perfettamente sul marciapiede. Il conducente, un uomo sulla sessantina con un sorriso rassicurante, le aprì la portiera senza che lei dovesse spiegare nulla: aveva già capito dal tono della chiamata che l’ospedale era la destinazione.
Il taxi filò veloce ma sicuro tra le strade bagnate e i portici silenziosi, aggirando i cantieri notturni con la precisione di chi conosce ogni lastricato della città. Il conducente non disturbò con chiacchiere inutili, ma le passò una bottiglietta d’acqua e le disse che l’avrebbe aspettata nel parcheggio se ne avesse avuto bisogno. In meno di un quarto d’ora varcò il cancello del Sant’Orsola, pagando la corsa con gli spiccioli che aveva in tasca e ringraziando con le lacrime agli occhi. Corse su per le scale fino al reparto.
Sua madre era sveglia, stanca ma finalmente fuori pericolo, e strinse la mano di Elena con un filo di voce: «Avevo paura di non rivederti prima di dormire.» Quando uscì all’alba, sfinita ma sollevata, il taxi era ancora lì, parcheggiato oltre l’angolo, con il conducente che fumava una sigaretta leggendo il giornale. La riportò in albergo senza alcun sovrapprezzo per l’attesa, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Solo più tardi Elena scrisse al servizio una lettera di ringraziamento, consapevole che, in una notte senza fine, quella voce al telefono e quell’auto nera erano state l’unica certezza, salda e silenziosa, che le aveva permesso di tenere stretto tutto ciò che le era più caro.

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