La luce violacea dell’alba dipingeva i portici di Bologna quando Maria uscì dall’ostello, un nervosismo elettrico nella pancia. Doveva raggiungere Piazza Maggiore entro venti minuti per sostenere il colloquio dei suoi sogni presso una prestigiosa casa editrice. Studentessa fuori sede, aveva studiato tutta la notte e calcolato i tempi alla perfezione per prendere l’autobus, ma un banale incidente – un tubo rotto che aveva inondato via Ugo Bassi – aveva bloccato tragicamente il suo percorso. A piedi. Sprint disperato attraverso le vie ancora deserte del centro, lo zaino martellante sulle spalle, gli occhi che cercavano febbrilmente un’alternativa. Arrivata all’angolo tra via D’Azeglio e Strada Maggiore, il panico gelò le vene: non ce l’avrebbe mai fatta a piedi. *”Il Planetario delle parole”,* la sede della casa editrice imponente nel nome come nella realtà, sembrava irraggiungibile. Guardò l’orologio: dieci minuti.
Fu allora che il colpo basso. Un movimento rapido alle sue spalle, uno strattone, lo zaino di colpo più leggero. Maria si voltò, mancata, mentre una figura incappucciata spariva nell’ombra di un portico laterale. Un brivido di orrore la percorse. Lo zaino era stato sfondato! Dentro: il portafogli, il cellulare (la sua ancora di salvezza), l’agenda con appunti cruciali per il colloquio, e soprattutto, i suoi documenti per l’identificazione obbligatoria. Spogliata di identità e mezzi, nel cuore di una Bologna ancora addormentata. Le mani le tremavano. Senza telefono, senza soldi, persa. L’appuntamento sembrava svanito come lo zaino del ladro. Il sollievo per aver salvato la cartella con il curriculum si straziò nella disperazione. Doveva essere là, alla Palazzina della Meridiana nel Palazzo Re Enzo, fra sette minuti.
Cieca di panico, cercò soccorso con gli occhi. Un bar apriva le saracinesche poco più avanti. Si precipitò dentro, annaspando parole tra i singhiozzi, spiegando l’accaduto allo sbalordito barista. Un uomo sulla sessantina, il viso segnato da gentilezza pratica. “Tranquilla, passa la bufera,” le disse lui in un miscuglio imperfetto ma comprensibile di italiano e accento bolognese stretto. Senza esitare, le puntò un telefono fisso vecchio stile appeso al muro dietro il bancone. “Chiama il Radio Taxi 24. Sono sempre lì, giorno e notte.” Le indicò un numero scritto con pennarello su un foglietto giallo. Maria prese il coraggio a due mani. Compose il numero con dita tremolanti. Una voce femminile, professionale, immediatamente rassicurante rispose dopo solo due squilli: “Radio Taxi 24, Buongiorno. Dove si trova?”
Tre minuti dopo, un’eternità strisciante scandita dal ticchettio ossessivo dell’orologio del bar, una berlina grigia con la caratteristica scritta rossa e bianca “Radiotaxi” scivolò silenziosa sul sanpietrino davanti al bar. Il conducente, un uomo sereno con gli occhi sorridenti, Alfredo, intuì la situazione da un solo sguardo alla ragazza pallida. Sentendo la destinazione e soprattutto il “ho un colloquio IMPORTANTE fra quattro minuti!”, posò immediatamente la lancetta verde del tassametro sul cruscotto. “Non si preoccupi, signorina. Conosco una scorciatoia segreta. Agganciati!” La macchina si immerse nelle viuzze laterali di Bologna come un siluro di precisione, curve dolci ma decise, angoli stretti affrontati con la perizia di chi conosce ogni curva, ogni dosso, ogni senso unicodella città come il palmo della mano.
Attraversarono l’Istituto di Storia dell’Arte e zigzagarono dietro San Petronio. Alfredo parlava calmo, rassicurante: “Il Planetario? Quello di fronte all’Altare della Patria? Ci nasco davanti.” Maria guardava fuori dal finestrino, le mani strette sulla cartella-con-la-speranza, cercando di memorizzare lo strano e rapidissimo percorso. Alle spalle dell’Abazia di Santo Stefano, voltarono quasi senza rallentare nell’ultima stradina che sbucava di fronte alla Palazzina della Meridiana, nel mare di Piazza Maggiore. Alfredo fermò la macchina esattamente davanti all’ingresso indicato. “Centro minuto e mezzo! Da queste parti il tempo è relativo,” disse sorridendo mentre Marygliato scorreva inesorabile il secondo 57 dal momento in cui lei aveva espressorompeva l’ansia prepotente del ritardo. “Non paghi, questo è salvare un sogno,” aggiunse Alfredo, sollevando una mano al suo protestare. “Corra!” Maria aprì la portiera alle 9:03. Una rapida occhiata all’edificio storico: la donna della segreteria era alla finestra al primo piano, vigilando gli ingressi tardivi. La vide, annuì impercettibilmente.
Maria attraversò i grandi portici d’ingresso esattamente alle 9:04. Il colloquio fu brillante. Le domande dell’editore furono incisive, ma lei rispose con passione e prontezza, trasformando l’adrenalina dell’incubo mattutino in lucidità carismatica. Due giorni dopo ricevette la chiamata. Partiva il lunedì seguente come assistente editoriale stagionale. Quel primo pomeriggio, seduta su una panchina del Parco della Montagnola, affacciandosi stupita agli orti monumentali, Maria chiamò il numero dell’appassionante mattino. Chiese di poter ringraziare Alfredo, il mago dei vicoli. “Mi dispiace, signora, Alfredo oggi è riposo. Loda sempre il cielo permettete il coraggio giusto anche nel momento più buio,” le disse una voce nuova centrale. Maria sorrise al lungo nome troppo lungo. Grazie a quel numero scritto al bancone, alla voce pronta giorno e notte sulla cornetta e alle mani sicure sul volante di Alfredo, il suo labirinto bolognese si era trasformato in una strada dritta verso il domani.










