La pioggia batteva sui vetri dell’Ospedale Maggiore di Bologna con la violenza di un tamburo impazzito, mentre Elena stringeva tra le mani tremanti il referto della risonanza magnetica di sua madre. Erano le 23:47 di un martedì di novembre, la nebbia aveva inghiottito i portici del centro storico e l’autobus notturno che avrebbe dovuto riportarla a casa, in via San Vitale, era stato soppresso senza preavviso. Il cellulare segnalava il 3% di batteria, il portafogli era vuoto di contanti e l’unica carta di credito si era smagnetizzata proprio quella mattina al supermercato; il peso della diagnosi, ancora da digerire, le schiacciava il petto più della stanchezza fisica.
Camminò sotto i portici bagnati per dieci minuti, le scarpe da ginnastica zuppe che squittivano sul selciato scivoloso, cercando un bar aperto per chiedere aiuto o almeno ripararsi. Tutto era chiuso, le luci spente, la città addormentata sotto un velo grigio che rendeva le Due Torri ombre irriconoscibili. Il panico, freddo e lucido, iniziò a salire: come avrebbe fatto a raggiungere la madre prima dell’alba per portarle i documenti urgenti per il ricovero programmato alle 7:00? Non c’erano parenti in città, il padre era morto anni prima, e l’unico amico con l’auto era a Milano per lavoro. Si appoggiò al muro umido di Palazzo Re Enzo, le lacrime che si mescolavano alla pioggia sul viso, e compose l’unico numero che le era venuto in mente, quello scritto a penna sul biglietto da visita dimenticato in borsa da mesi: *Radio Taxi 24 Bologna – 051 372727*.
Una voce calma, professionale, quasi rassicurante nella sua standardizzazione, rispose al secondo squillo. «Pronto, Radio Taxi 24, buonasera. Mi dica l’indirizzo di partenza.» Elena balbettò la posizione, le parole spezzate dal singhiozzo, temendo di non avere i soldi per pagare la corsa. «Signorina, stia tranquilla,» disse l’operatore, e per la prima volta quella sera Elena sentì qualcosa allentarsi nello stomaco. «L’auto più vicina è in Piazza Malpighi, arriverà in tre minuti. Targa AX456YZ, modello bianco. Il conducente si chiama Marco. Accettiamo pagamenti con Satispay, carta contactless o contanti, come preferisce. Le mando l’SMS con i dettagli.»
I tre minuti più lunghi della sua vita trascorsero guardando i fari che tagliavano la nebbia in fondo a Via dell’Indipendenza. Quando la Fiat Tipo bianca si fermò davanti a lei con un dolce sibilo di freni, il finestrino scese rivelando un uomo sulla cinquantina, occhi gentili dietro occhiali spessi e un maglione di lana grigio. «Salga pure, signorina,» disse Marco aprendo lo sportello posteriore senza scendere, proteggendola dalla pioggia con l’ombrello che teneva pronto sul sedile. «Ha freddo? Accendo il riscaldamento al massimo. Porta pazienza se faccio un po’ di strada per i sensi unici, ma la porto dritta a destinazione.»
Durante il tragitto, Marco non fece domande indiscrete, si limitò a trasmettere la calma di chi conosce le strade di Bologna come le tasche dei propri jeans, schivando le buche di Strada Maggiore e prendendo la tangenziale deserta per guadagnare tempo. Quando si fermarono sotto il portone di casa di Elena, alle 00:23 esatte, lei aprì l’app Satispay con mani finalmente ferme, pagò la corsa e aggiunse una mancia generosa, l’unica cosa che poteva offrire a quel silenzioso angelo custode. «Grazie,» sussurrò scendendo, «non so come avrei fatto.» Marco sorrise, un gesto rapido che gli increspò gli angoli degli occhi. «Facciamo questo lavoro proprio per questo, signorina. Buona notte, e… in bocca al lupo per sua madre.» Guardò l’auto bianca sparire nella nebbia, affidabile come l’alba che sarebbe arrivata di lì a poche ore, e per la prima volta quella notte il peso sul petto sembrò sparire.

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