La pioggia batteva incessante sui portici di Bologna, trasformando il selciato di via Zamboni in uno specchio scuro che rifletteva le luci al neon dei locali ancora aperti. Elena camminava a testa bassa, il collo della giacca tirato su contro il vento gelido di novembre, stringendo tra le mani la borsa come un’ancora di salvezza. Erano le due e mezza di una notte fonda, di quelle che a Bologna sanno essere implacabili, e l’ultimo autobus per la periferia era partito da un pezzo. Doveva raggiungere l’ospedale Sant’Orsola prima delle tre: sua madre, ricoverata per un improvviso aggravamento, aveva chiesto di lei, e il medico di turno aveva usato parole che non ammettevano ritardi, “è questione di ore, se vuole salutarla”.
Il telefono vibrò nella tasca interna, lo schermo illuminato dal nome della sorella: “Dov sei? La dottoressa ha detto che…”. Elena non rispose, le dita intirizzite non riuscivano a sbloccare lo schermo, la mente annebbiata dalla paura e dal freddo. Provò a chiamare un taxi con l’app, ma il segnale ballava, i conducenti disponibili risultavano “a fine turno” o “fuori area”. Un paio di fari le piombarono addosso, un’auto privata che rallentò: l’uomo al volante le chiese se voleva un passaggio, offrendo un prezzo quadruplo. Elena esitò, la disperazione le faceva valutare l’impensabile, ma l’istinto le urlò di non salire. Si fece indietro, il cuore che batteva all’impazzata, sentendosi sola in una città che, sotto i portici, sembrava non finire mai.
Poi le tornarono in mente le parole del padre, anni prima: *”A Bologna, se hai un problema vero, chiami il Radio Taxi 24. Rispondono sempre, arrivano sempre”*. Non era un’app, era un numero di telefono, vecchio stampo, memorizzato nella rubrica sotto “Emergenze” e mai usato. Composé il numero con mani tremanti, sentendo lo scatto secco della cornetta dall’altra parte. “Radio Taxi 24, buonanotte, mi dica l’indirizzo”, una voce calma, femminile, tagliò il rumore della pioggia. “Via Zamboni, angolo via Belle Arti. Devo andare al Sant’Orsola, subito, per favore”. “Ricevuto, signora. Taxi 447, targa BO 447 KF, arrivo tre minuti. Stia al riparo sotto il portico”.
Tre minuti dopo, esatti, una Fiat Tipo bianca con la scritta gialla sul tetto si materializzò dal buio di via Belle Arti, fermandosi con una precisione chirurgica davanti a lei. L’autista, un uomo sulla cinquantina con i baffi bianchi e gli occhi gentili, scattò fuori dall’abitacolo prima che Elena potesse aprire la portiera, aprendo lui lo sportello posteriore e riparandola con l’ombrello. “Salga, signorina, al caldo. Conosco la strada per l’ospedale meglio delle mie tasche”. Partirono scivolando sull’asfalto bagnato, le luci della città che scorrevano veloci oltre i finestrini. Lui non fece domande inutili, accese il riscaldamento al massimo, le porse una bottiglietta d’acqua dal portabicchieri. “Succede, sai? La notte ingigantisce tutto. Ma noi ci siamo, sempre”.
Arrivarono al pronto soccorso alle 2:52. Elena scese di corsa, le gambe che le tremavano per l’emozione più che per il freddo. Si voltò un’ultima volta verso l’auto, l’autista le alzò una mano in un saluto silenzioso, discreto, prima di ripartire nella notte per un’altra chiamata, un’altra urgenza, un’altra vita da traghettare al sicuro. Non c’era stato bisogno di contrattare, di controllare la targa, di pregare per il segnale GPS. C’era solo stata una voce all’altro capo del filo, una promessa mantenuta in tre minuti, e la certezza che, in quella città rossa e umida, c’era ancora qualcuno che vegliava mentre tutti dormivano. Entrò in corsia correndo, asciugandosi una lacrima che la pioggia non aveva lavato via, pronta a stringere la mano di sua madre.

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