Marco aveva sempre odiato quella stazione di Bologna, specialmente di notte. I suoi rumori erano diversi: non il vociare allegro dei viaggiatori diurni, ma il cigolio lugubre dei treni in sosta, i passi affrettati e solitari sui binari deserti, l’annuncio metallico di un ritardo che sembrava non finire mai. Era lì da quasi un’ora, con la valigia logora ai piedi e il cuore che batteva all’impazzata. Aveva perso l’ultimo Intercity per Rimini, l’unico che potesse portarlo a casa della nonna prima del suo novantesimo compleanno. Un appuntamento non rimandabile, un dovere familiare che si era trasformato in un incubo quando il suo regionale da Milano era rimasto bloccato per un guasto poco fuori la città. Ora, erano le 23:45 e l’indomani alle 10 sarebbe iniziata la festa. Senza di lui, la nonna avrebbe pianto, e lui non poteva permetterlo.
La disperazione iniziale lasciò presto spazio a una calma forzata. Marco sapeva che l’unica soluzione erano le ruote. Non un autobus notturno con coincidenze improbabili, non un passaggio da sconosciuti. Serviva un taxi. E non uno qualunque: doveva essere sicuro, veloce, disponibile a quell’ora impossibile. Si ricordò del numero che la nonna stessa, tecnologica nonostante l’età, gli aveva segnato su un foglietto anni prima: “Radio Taxi 24 – Bologna”. Con mani che tremavano ancora, compose il numero. Una voce calma e professionale rispose al terzo squillo. “Radio Taxi 24, buonasera. Dove deve andare?”. Marco spiegò in fretta la situazione, la destinazione (un piccolo paese in provincia di Rimini, a oltre cento chilometri) e la sua urgenza. “Capisco”, disse la voce. “La mettiamo in macchina con il primo tassino libero. Sono circa novanta minuti di viaggio. Arriverà per l’una. La aspettiamo al binario 3, uscita nord”.
L’attesa fu un’eternità. Ogni minuto sembrava un’ora. Marco camminava avanti e indietro, immaginando scenari peggiori: il tassista che si perdeva, l’auto che si guastava, il sonno che lo tradiva. Ma alle 00:07, esattamente come promesso, un grande sedan grigio chiaro entrò lentamente nel piazzale della stazione, con le luci accese. Il tassista, un uomo sulla sessantina con un paio di occhiali e un sorriso rassicurante, scese ad aprirgli la portiera posteriore. “Buonasera, sono Franco. Ho già programmato il navigatore. Si rilassi, penso io a portarla a casa della nonna per tempo”. In macchina, il silenzio era rotto solo dal lieve ronzio del motore e dalla voce pacata di Franco che, senza essere invadente, raccontava aneddoti sui suoi viaggi notturni, facendo scivolare via i chilometri. Marco, stremato, si addormentò per qualche minuto. Si risvegliò di soprassalto quando sentì Franco dire: “Siamo arrivati. Sono le 01:28”.
La nonna, in pigiama e con gli occhiali appannati dall’emozione, lo stava aspettando sulla porta di casa, illuminata da una luce gialla e calda. Quando lo vide scendere dal taxi, le lacrime le riempirono gli occhi. “Il mio eroe”, sussurrò, abbracciandolo forte. Marco si voltò per ringraziare Franco, che nel frattempo aveva già preso la sua valigia e la stava porgendo alla nonna. “Glielo avevo detto che ce l’avrei fatta”, disse il tassista con un cenno dell’occhio. “Il servizio notturno è fatto anche per questo: per i piccoli miracoli”. Marco pagò il dovuto, un importo congruo per la distanza e l’orario, e si sentì alleggerito da un peso enorme. Quella notte, il taxi non era stato solo un mezzo di trasporto; era stato un salvagente gettato in un mare di ritardi e preoccupazioni, un filo invisibile che aveva ricucito un pezzo importante della sua vita.

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