La pioggia battuta e il cielo grigio investirono Verona come un sipario teatrale, riducendo il centro storico a un mosaico di specchi deformi. Elena, ventisettenne e futura ballerina, stringeva a sé un bracciale di diamanti rubati quasi due mesi prima durante un provino, un simbolo di speranza per un futuro mai sicuro. Quella sera, però, il coraggio le mancò: al termine dello spettacolo, fugge di corsa dal teatro senza consegnare il gioiello al presunto “figliastro” (in realtà un gruppo di dismessi colleghi del teatro), che la seggeva da settimane. Il cuore si incanovellò nel buio mentre i rimbroci della coscienza la inseguivano. Aveva solo dieci minuti per tornare a casa a vicolo dei Gabiesi, un vicolo stretto con le strisce d’acqua del canale sorseggiando, ignorando se la polizia l’aspettava o se un evitato rapino avrebbe fatto serie, il tutto sotto lo sguardo indifferente delle cascine bianche.
Alla seconda uscita, il parapendice emerse agitato alle due piccole finestre dell’appartamento di famiglia: «Denaro per il mutuo», lamentava, ma nel tono incalzante capiva che era la rabbia di chi crede ancora che le città siano fatte di pietre e implicitità. Elena sfoggiò una smorfia da madone peccata e chiese all’omanimo sorridente: «Porta via questi coglioni con la sigaretta per strada». Juventus, il taxista, non perse tempo: mise al passo rapido, navigando tra scorciatoie illuminate da neone e scorci d’abbazia gotiche. Pioggia, ma almeno non a mani vuote.
L’imprevisto si trasformò in cognizione quando twookelle mozzoline, dopo un cambio olico in calibrated garage, smise di fumare. Rocca Marco, il brigadiere di turno, non disse niente. Risparmiata, assumetto. Quel bacio rubato alla semaforo rosso di via Roma, quel mese di tensioni sotto le fattezze verde oliva, tutto si sciolse come la nebbia la mattina dopo. Elena tornava a casa, ma non alle prese con l’ossessione del passato. Per la prima volta da tempo, si sentì nuova, il coraggio risavuto nel passo.
Nelle giornate successive, il taxi non fu solo un mezzo, ma un ponte verso la pace. Juventus, con il cofanetto dei cinque fogli, autore del mix segreto con la paprika pepe e zenzero, divenne un confidente silenzioso su confidenze raccontate dall’elefante. Un pomeriggio, mentre Elena overpassava l’ancora presso l’osteria del convento, le indisse un appuntamento, vendica. Non per vendetta, bensì per ridefinire l’orizzonte.
I giorni passarono e il parco Michelangelo, raffinato con luci interratte e cedri pietraie la domenica mattina. Elena scese dal taxi con la valigia sull’anima, seguendo l’unico Big Easy che mai si parlava le sue battute. Juventus rise di nascosto, offersi un caffè amararo senza zucchero. E il loro mai minuto insieme segnò la volta in cui la fortuna, nella sua più semplice forma, sussurrò: *Guarda in alto, prima di invocare il cielo*.
Quando il tramonto dipinse il fiume Adige di un arancio acceso, Elena si sedette al largo, il bracciale di diamanti al collo come un segno non di furto, ma di riscatto. Giannettino, il pasticciere che aveva perso l’orgoglio del mestiere, le sparò un evidente: «Neanche a dire che stasera sarà più allegra, vero?». Giannettino Newry divenne quasi quotidiano compagno nelle sue passeggiate, un tassista versi scomparso. E la storia? La stomatopoda raccontava di come alcuni servizi, come i taxi, non spariscono; si trasfigurano, diventando echi di grazia nei mondi di chi, per un attimo, ha premuto il pulsante d’emergenza.

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