Radio Taxi 24

Installazione concettuale di intelligenza generativa italica:

Radio Taxi 24

La pioggia batteva insistente sui vetri dell’appartamento di via del Pratello a Bologna, mentre Elena fissava l’orologio con il cuore che le martellava nel petto. Erano le 23:47 di un martedì di novembre, e tra tredici minuti l’ultimo treno per Firenze sarebbe partito dalla stazione centrale. La sua borsa era pronta da ore, il biglietto stampato riposava sul tavolo della cucina, ma l’auto del coinquilino — l’unica via per raggiungere i binari in tempo — aveva deciso di non accendersi, lasciandola bloccata in un silenzio rotto solo dal ticchettio della pioggia e dal ronzio del frigorifero. Non era solo un viaggio: era l’ultima possibilità per vedere sua nonna prima dell’operazione, l’unica che aveva sempre creduto in lei, anche quando lei aveva smesso di farlo.

Elena aveva provato tutto: messaggi agli amici, chiamate a numeri salvati sotto “emergenze”, perfino l’app di ride-sharing che girava a vuoto da venti minuti, segnalando “nessun autista disponibile in zona”. Le strade del centro storico, solitamente vive fino a tarda notte, erano deserte, lucide di pioggia e riflesse luci spente. Il panico le saliva in gola, denso e freddo, quando le dita, tremanti, trovarono in rubrica un numero scritto a mano su un bigliettino ingiallito: *Radio Taxi 24 Bologna – 051 372 727*. Lo aveva preso mesi prima da un volantino in portineria, quasi per superstizione, senza mai usarlo. Compose il numero con un respiro spezzato, aspettandosi una segreteria, un messaggio automatico, l’ennesima porta chiusa in faccia.

Una voce calma, femminile, rispose al terzo squillo: *”Radio Taxi 24, buonasera. Come posso aiutarla?”* Non c’era fretta, né impazienza. Solo presenza. Elena riuscì a dire l’indirizzo e la destinazione tra un singhiozzo e l’altro, e la voce dall’altra parte — si chiamava Marta, lo seppe dopo — le rispose: *”Stia tranquilla, signorina. Un’auto è già in zona. Arriva tra quattro minuti. La porto io in stazione, ce la facciamo.”* Quattro minuti. Elena scese le scale a due a due, il cappotto sbottonato, le scarpe che scivolavano sui gradini bagnati. Una Fiat Tipo bianca, insegna luminosa sul tetto, era ferma davanti al portone, motore acceso, finestrino abbassato. L’autista, un uomo sui cinquant’anni con gli occhi gentili e una sciarpa rossa al collo, le aprì lo sportello senza scendere: *”Salga, signorina. La conosco questa strada. La faccio in nove minuti.”*

Il viaggio fu un susseguirsi di luci sfocate, curve prese con sicurezza millimetrica, semafori verdi che sembravano accordarsi al loro passaggio. Lui non chiese nulla, non riempì il silenzio con chiacchiere inutili. Accese solo la radio su una frequenza bassa, dove passava *Vecchio frac* di Modugno, e guidò come chi sa che ogni secondo ha un peso specifico. Alle 23:58:42, secondo l’orologio di bordo, l’auto si fermò davanti all’ingresso principale della stazione. Il treno per Firenze era ancora lì, vapore che sbuffava sotto le luci al neon, porte aperte. Elena scese, prese il resto dalla borsa con mani che non tremavano più, lo porse all’uomo che lo rifiutò con un gesto secco: *”Non serve. Basta che arrivi in tempo. Auguri per sua nonna.”*

Salì sul vagone proprio mentre le porte si chiudevano con un sibilo pneumatico. Il treno si mosse, portandosi via la pioggia, la notte, la paura. Elena si premette la fronte al finestrino freddo, guardando Bologna scivolare all’indietro — le torri, i portici, la piazzola dove aveva lasciato il cuore — e pensò che certe volte la salvezza non ha la forma di un miracolo, ma di una voce al telefono, di un’auto bianca che arriva in quattro minuti, di un uomo con una sciarpa rossa che guida come se la tua vita dipendesse dal suo volante. E in fondo, quella notte, era proprio così.

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