Le luci dei portici di Bologna brillavano smorte sotto la pioggia sottile che aveva iniziato a cadere all’imbrunire, mentre Elena chiudeva a chiave la porta del suo piccolo appartamento in via Zamboni. Era la sua ultima notte in città prima della partenza, una di quelle notti cariche di fretta e di nostalgia. Doveva prendere il treno per Milano all’alba, ma un pensiero fisso le rodava lo stomaco: nella sua camera all’università, chiusa per le vacanze, aveva dimenticato la cartellina con tutti i documenti originali per il tirocinio all’estero, quelli che le servivano tassativamente il giorno dopo. Un errore imperdonabile, frutto della stanchezza degli esami appena sostenuti.
Il cuore le batteva all’impazzata. Erano le undici di sera, l’università era deserta, e il suo treno era alle sei. Senza quei documenti, il progetto di un anno andava in fumo. Prese il telefono, le dita gelate nonostante il riscaldamento. Chiamò il numero che conosceva a memoria, impresso nella memoria di ogni studente fuori sede: Radio Taxi 24. Una voce calma e professionale rispose al primo squillo. “Buonasera, Radio Taxi. Dove deve andare?” Elena spiegò in un fiato la situazione, la voce rotta dall’ansia. “Devo assolutamente entrare al Rettorato, in via Zamboni 33, e ho solo venti minuti prima che il portone si chiuda per la notte. Il mio treno è tra poche ore.” La voce all’altro capo non si scompose. “Non si preoccupi, signorina. Un tassì sarà sotto il suo portone tra cinque minuti. Ha il numero della prenotazione?” Glielo diede, e riattaccò con un filo di speranza.
Il taxi arrivò in effetti in meno di cinque minuti, una monovolume scura che si fermò con un lieve stridore di freni. Il tassista, un uomo sulla sessantina con gli occhi buoni e un forte accento bolognese, aprì lo sportello. “Salga, ragazza. Ho capito tutto dal centralino. Tenga duro.” Non fece domande, non si perse in chiacchiere. Percorse le vie deserte del centro con una sicurezza da navigatore esperto, infilandosi per vicoli stretti che Elena non conosceva nemmeno. In pochi minuti furono davanti al portone del Rettorato. “Il tempo di prenderli e tornare indietro, eh?” disse lui, spegnendo il motore. Elena corse verso la porta secondaria, ancora socchiusa per il custode notturno, mostrando il suo tesserino. Ne uscì di corsa, la cartellina stretta al petto come un tesoro, mentre il tassista era già ripartito per riprenderla.
Il viaggio di ritorno fu un silenzioso patto di complicità. “È salva, allora?” commentò lui, guardandola nello specchietto. Elena annuì, le lacrime di sollievo che le rigavano il viso. “Sì, grazie. Non so cosa avrei fatto.” Lui accennò un sorriso. “Queste cose capitano. Per questo ci siamo noi, no? Per le emergenze notturne.” La lasciò sotto il portone di casa con il tempo di arrivare in stazione con un’ora di anticipo. Salita sul treno, mentre il paesaggio bolognese si dissolveva nella notte, Elena pensò che a volte la salvezza arriva da chi non ti conosce, ma sa esattamente dove portarti. Quella notte, il suo futuro aveva avuto un volto gentile e un tassametro che, per una volta, non aveva contato i minuti, ma le aveva regalato un pezzo di vita.

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