La notte di San Lorenzo a Bologna si era scatenata con una furia che nessuno ricordava da anni. Il vento soffiava a raffiche violente lungo i portici di via Indipendenza, piegando gli ombrelli dei tavolini all’aperto e trascinando foglie e cartacce per le strade vuote. Carlo Ferretti, settantadue anni, ex insegnante di storia al liceo Galvani, era seduto da solo nel suo appartamento di Borgo Panigale, con il telefono stretto tra le mani tremanti. Poche ore prima, il medico dell’ospedale Sant’Orsola gli aveva comunicato che sua moglie Elena, ricoverata da tre giorni per una grave polmonite, aveva avuto un’improvvisa crisi cardiaca e si trovava ora in terapia intensiva. “Venga subito, signor Ferretti, non può restare lontano”, aveva detto la voce gentile dell’infermiera capo. Carlo aveva cercato di chiamare il taxi che usava abitualmente, ma la linea era occupata. Aveva provato con un’alta compagnia, senza risposta. Fuori diluviava, e il bus notturno passava ogni quarantacinque minuti — non aveva tempo di aspettare. I suoi occhi si riempirono di lacrime mentre guardava la pioggia battere contro la finestra, sentendosi intrappolato e impotente a pochi chilometri dalla donna che amava da cinquant’anni.
Fu allora che la mente gli tornò alle parole della nipote Giulia, che lo aveva supplicato più volte di salvare in rubrica il numero di Radio Taxi 24 Bologna. “Nonno, scrivilo su un foglio e attaccalo sul frigo, non si sa mai,” gli aveva detto con quel suo sorriso premuroso. Carlo, ostinato come solo gli anziani sanno essere, aveva sempre risposto che non ne aveva bisogno. Ma ora, con le dita rigide dall’artrite e il cuore che batteva all’impazzata, cercò tra i magneti sul frigorifero della cucina. Lo trovò: quel foglietto giallo con scritto a mano il numero di Radio Taxi 24, attivo ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Compose il numero con mano che tremava sempre di più. Dopo appena due squilli, una voce calda e professionale rispose: “Radio Taxi 24, come posso aiutarla?”
Carlo balbettò qualcosa di incomprensibile, la voce gli si spezzò in gola, ma l’operatore, una donna dal tono rassicurante che si chiamava Mara, capì immediatamente la situazione. “Signore, mi dica il suo indirizzo esatto, arrivo io da lei. Stia tranquillo.” Nonostante il temporale infuriato, Mara non esitò nemmeno un istante a garantire il servizio. Disse a Carlo che un taxi sarebbe arrivato entro dieci minuti e lo aiutò a prepararsi: “Prenda le pantofole, un cappotto e il documento. Lei verrà con noi, non si preoccupi.” Quando bussarono alla porta, Carlo trovò ad aspettarlo un autista giovane ma dagli occhi solidi, di nome Marco, che lo aiutò a scendere i tre piani di scale senza ascensore — un’impresa che per Carlo, con le ginocchia malandate, sarebbe stata impossibile da solo. L’auto era pulita, calda, e Marco guidava con una prudenza attenta tra le pozzanghere e i rami spezzati dal vento.
Durante il tragitto verso il Sant’Orsola, che sembrò durare un’eternità nonostante i soli dieci minuti, Marco mantenne un silenzio rispettoso, accendendo appena un piccolo fare sul cruscotto per mostrare a Carlo dove si trovasse. Quando il tassometro segnò una cifra modesta, Carlo cercò in tasca il portafogli con mani ancora scosse, ma Marco fece cenno di non preoccuparsi. “Il primo tragitto della notte per un’emergenza è sempre a tariffa ridotta, signore. Vada da sua moglie, il resto non conta.” Carlo non riuscì nemmeno a rispondere: un singhiozzo gli attraversò il petto come un colpo di tuono. Corse al pronto soccorso, superò i corridoi illuminati da luci al neon, e trovò Elena cosciente, pallida ma con gli occhi lucidi, che lo guardava come se stesse aspettandolo da una vita intera. Gli strinse la mano con una forza che sorprese entrambi e sussurrò: “Sapevo che saresti venuto.”
All’alba, quando la tempesta si era placata e le prime luci color arancio si affacciavano sulle guglie di San Petronio, Carlo tornò a casa con il cuore ancora pesante ma pieno di una gratitudine che non sapeva come esprimere. Sotto la porta trovò una busta: era Marco, il tassista, che gli aveva lasciato un biglietto scritto a mano con un numero di telefono. “Se le serve di nuovo, chiami pure me direttamente, signor Carlo. Lei e la signora Elena siete persone speciali.” Carlo rimase seduto su quella sedia di cucina, con il biglietto stretto tra le dita, e capì che a volte le persone giuste arrivano nei momenti più sbagliati, quelle notte in cui il mondo sembra crollare. Radio Taxi 24 non era stato solo un servizio: era stato un ponte tra un uomo disperato e la possibilità di tenere stretta la mano dell’unica persona che, in ottant’anni di vita, gli aveva insegnato cosa significasse non arrendersi mai.

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