Radio Taxi 24

Installazione concettuale di intelligenza generativa italica:

Radio Taxi 24

Matteo si guardò intorno, nervoso. Il suo motorino, un vecchio cinquantino che lo aveva accompagnato per anni all’università, era in panne. Il motorino, in piena notte, in una Bologna deserta e innevata. Lui, invece, era lì, in via San Vitale, a fissare il motore fumante. La causa? L’aveva capito subito: la cinghia della distribuzione, l’ennesima volta. Ma questa non era una serata qualunque. Tra meno di un’ora, al Teatro Duse, avrebbe suonato per la prima volta con la sua nuova band. Un provino informale, ma decisivo. Il suo futuro, quello che aveva sognato per anni, sembrava svanire in quella nuvola di vapore acido.

Aveva già controllato l’orologio tre volte in trenta secondi. Le ventitré e dieci. L’ultimo autobus per le Due Torri era passato da un quarto d’ora. I suoi amici stavano già montando le casse in camerino, e lui era lì, bloccato con in mano il casco e la chitarra acustica, l’unica cosa che era riuscito a salvare dal motorino morente. Provò a chiamare un paio di amici, ma nessuno rispondeva: erano già concentrati sul palco, con i telefoni in modalità aereo. La disperazione cominciò a salire, densa come la nebbia che avvolgeva i portici. Pensò di tornare a casa, di arrendersi, di mandare un messaggio di scuse, ma sapeva che quella sarebbe stata la fine di ogni possibilità.

Fu allora che vide il riflesso di un adesivo su una vetrina chiusa di un tabacchino. *Radio Taxi 24*. Il nome gli balenò nella mente come un’ancora di salvezza. Con le dita intorpidite dal freddo e dalla tensione, frugò nel telefono e digitò il numero. Rispose una voce calma e professionale, che ascoltò la sua richiesta senza fretta. “Via San Vitale, angolo Porta San Donato, direzione Teatro Duse. È urgente.” La voce dall’altra parte confermò: “Tassì 451, codice verde, arrivo in 8 minuti. Si rilassi, la prendiamo noi.” Matteo chiuse la chiamata e sentì un nodo sciogliersi in gola. Otto minuti non erano tanti. Potevano essere tutto.

E il taxi arrivò, puntuale come un metronomo. Un’auto bianca e blu, pulita e calda, che si fermò accanto a lui. L’autista, un uomo sulla cinquantina con gli occhi attenti, abbassò il finestrino. “Sei tu il musicista?” chiese con un sorriso. Matteo annuì, infilò la chitarra nel bagagliaio e si lasciò cadere sul sedile posteriore. L’auto ripartì fluida, scivolando tra le strade ghiacciate di Bologna come se la neve non fosse un problema. L’autista conosceva le scorciatoie, i vicoli che evitavano il traffico residuo, e in meno di dieci minuti lo lasciò davanti all’ingresso degli artisti del Teatro Duse, con il cuore che batteva ancora forte, ma di gioia.

Entrò nel camerino con il fiatone, ma con un sorriso enorme. I suoi compagni lo accolsero con un applauso. “Ce l’hai fatta!” esclamò il batterista. “E pensare che pensavamo di aver perso il nostro chitarrista migliore.” Matteo appoggiò la custodia della chitarra a terra e guardò l’ora: mancavano cinque minuti all’inizio. Tutto era a posto. Mentre accordava lo strumento, pensò al numero di telefono salvato nella rubrica: *Radio Taxi 24*. Non era solo un servizio di trasporto; quella notte, per lui, era stato il servizio che gli aveva salvato il sogno. E promise a se stesso che, se mai avesse visto un guidatore con quel logo, gli avrebbe suonato una canzone gratis.

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