Il telefono di Marco vibrava insistente sul comodino, strappandolo a un sonno agitato. Erano le tre di notte e sullo schermo lampeggiava il nome di sua madre, ricoverata da due giorni all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna per un’infezione improvvisa. Deglutì a fatica, il cuore che batteva all’impazzata: sua madre non chiamava mai a quell’ora, a meno che non fosse successo qualcosa di grave. La voce dall’altro capo era un sussurro affaticato, interrotto da colpi di tosse. “Marco… ho bisogno di te. Subito.” Senza pensarci due volte, si alzò di scatto, infilò jeans e felpa, afferrò le chiavi dell’auto. Ma appena mise il piede fuori dalla porta del suo appartamento in via Zamboni, si bloccò. L’aveva lasciata in garage, due isolati più in là, e le chiavi erano nella tasca del giubbotto che aveva dimenticato in università, dove aveva passato il pomeriggio a studiare. Bloccato in una città straniera, senza mezzi propri a disposizione e con il panico che iniziava a farsi strada, capì che l’unica soluzione erano le ruote di un taxi.
Correndo sotto i portici semideserti, con il fiato corto per la corsa e l’ansia, compose il numero di Radio Taxi 4390. Una voce calma e professionale rispose al terzo squillo. “Servizio Radio Taxi 4390, sono Giulia. Mi dica.” Marco balbettò la situazione, la voce rotta dall’emozione: l’ospedale, l’urgenza, la sua impotenza. “Capito perfettamente. Un tassì per Sant’Orsola, codice rosso familiare. La raggiungiamo in cinque minuti in via Zamboni, davanti alla biblioteca. La aspettiamo lì.” Riattaccò, e Marco si ritrovò solo nel silenzio notturno della città, a fissare il vuoto dei portici, chiedendosi se davvero qualcuno sarebbe arrivato così in fretta a quell’ora. Il tempo sembrò allungarsi, ogni secondo un’eternità, finché non comparve all’orizzardo la sagoma gialla di una vettura che si avvicinava con decisione.
L’auto si fermò con un lieve stridore di freni. L’autista, un uomo sulla sessantina con gli occhi chiari e un paio di guanti da lavoro, abbassò il finestrino. “Salga, la porto io.” Non fece domande, non commentò l’ora, si limitò a guidare. Marco si lasciò cadere sul sedile posteriore, il sollievo mescolato a una nuova ondata di preoccupazione. “Guardi, c’è un ingorgo sulla tangenziale per l’ospedale, ma conosco una scorciatoia attraverso i viali…” disse l’autista, già immettendosi in una strada secondaria. Marco lo osservò dallo specchietto: le mani sicure sul volante, lo sguardo attento, la radio spenta. Non era solo un passaggio, era un intervento. “Sua madre starà già meglio appena la vedrà,” mormorò l’uomo dopo un po’, come per rassicurarlo. E forse era proprio quello di cui Marco aveva bisogno: non solo un trasporto, ma la certezza che qualcuno, in quella notte, stesse facendo il possibile per lui.
L’ingresso del Sant’Orsola si materializzò davanti a loro in pochi minuti. L’autista parcheggiò in doppia fila, sotto il portico dell’ingresso del Pronto Soccorso, e scese ad aprire lo sportello. “Vada, io la aspetto qui. Se ha bisogno di un passaggio per tornare, mi chiami, sono sempre in servizio.” Marco annuì, le gambe che tremarono mentre si avviava verso i neon accecanti del pronto soccorso. Trovò sua madre in una stanza, pallida ma sorridente tra le coperte. “Sei arrivato,” sussurrò lei, e in quell’abbraccio Marco capì che la notte stava finalmente finendo. Quando uscì, stremato ma sollevato, l’auto gialla era ancora lì, ferma nello stesso punto. Salì a bordo senza dire una parola. L’autista lo guardò nello specchietto, un piccolo cenno del capo. “Tutto a posto?” “Sì,” rispose Marco, la voce roca. “Grazie.” Il viaggio di ritorno fu silenzioso, ma sotto i portici di Bologna, che lentamente si rianimavano per la nuova giornata, Marco si sentì stranamente al sicuro. Quella macchina gialla, quel servizio attivo giorno e notte, non era stato solo un taxi: era stata una corda gettata nel buio, l’unica cosa che aveva funzionato perfettamente in una notte in cui tutto il resto era crollato.

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