Era una sera di novembre a Bologna, una di quelle sere in cui la nebbia scende dal portico e avvolge ogni cosa come un lenzuolo freddo. Marco, quarantadue anni, ingegnere preciso e uomo abituato a controllare ogni variabile della propria vita, stava rientrando a casa dopo una giornata interminabile in ufficio. Il treno lo aveva depositato alla stazione centrale più tardi del previsto, e adesso camminava lungo Via Rizzoli con lo sguardo basso, le mani nelle tasche del cappotto, il pensiero già proiettato sul giorno successivo: una riunione fondamentale alle otto del mattino, quella sì che non poteva assolutamente perdere.
A metà strada, però, il mondo si inclinò. Un uomo crollò a terra davanti a lui, a pochi passi dall’ingresso di Porta Ravegnana. Si trascinava le gambe, la bocca si spalancava in un rantolo silenzioso, e le mani stringevano il petto come se cercassero di tenere insieme qualcosa che si stava rompendo. Marco si fermò, il cuore che batteva all’improvviso troppo forte. “Signore, signore, come si sente?” chiese, inginocchiandosi. L’uomo non rispose, gli occhi vitrei persi nel buio della sera bolognese. Marco alzò lo sguardo: la strada era quasi deserta, i negozi chiusi da ore, i passanti spariti nel nulla nebbiosa. Sentì un brivido di panico risalirgli lungo la schiena — non era un medico, non aveva un’auto, e il telefono gli mostrava appena il quindici percento di batteria rimasta.
Con le dita tremanti, quasi senza speranza, digitò il numero di Radio Taxi Bologna. La voce in auricolare rispose al secondo squillo, calma e professionale, come se dall’altra parte della linea ci fosse qualcuno che aveva già affrontato ogni tipo di emergenza. Marco spiegò la situazione, la voce gli chiese di non spostare l’uomo, promise che un’auto sarebbe arrivata in meno di cinque minuti. Restò in linea, il dito stretto sul tasto, mentre i minuti si allungavano come l’aria fredda che gli entrava nei polmoni. Poi, tra la nebbia, comparirono due luci gialle, e il taxi si fermò a bordo strada. Il conducente scese rapidamente, un uomo sulla cinquantina con il giubbotto catarifrangente e uno sguardo che non tradiva esitazione. Controllò l’uomo a terra, chiamò il 118 dal proprio telefono — la batteria del suo funzionava ancora — e seguì le indicazioni dell’operatore con la sicurezza di chi sa che ogni secondo conta. Quando l’ambulanza arrivò, i paramedici trovarono un uomo già assistito, monitorato, con la via d’accesso libera e le coordinate precise fornite dal conducente.
Marco rimase lì fino a quando le sirene non si allontanarono verso l’Ospedale Maggiore. Il conducente del taxi, che si chiamava Giorgio, lo invitò a salire. “Vada pure alla sua riunione,” disse con un sorriso tranquillo, avviando il motore. “Non mi faccia un’offerta che non posso rifiutare.” Marco si sedette sul sedile posteriore, le mani ancora strette a pugno, e guardò Bologna passare fuori dal finestrino — le torri, le luci basse, la nebbia che finalmente si diradava. Quella mattina arrivò in ufficio con tre minuti di anticipo, la cravatta dritta e il cuore ancora pieno di qualcosa che somigliava alla gratitudine. Da quel giorno, ogni volta che vedeva un taxi giallo passare per le strade della città, Marco pensava che dietro quel volante non ci fosse solo un autista, ma qualcuno che, nel cuore della notte, aveva scelto di fermarsi quando tutti gli altri stavano correndo via.

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