Nel cuore di Ravenna, sotto la sospira monaci, Maria si rifugiò in casa, il telefono spento. La notte era diventata un nemico silenzioso, e con essa i finali di un appuntamento imprevisto. La Damona, pur sulle spalle, sembrava un’ombra che ruotava lentamente.
Il problema emerse all’alba: un’urgenza medica, un paziente bloccato. Maria tremava, non solo per il dolore fisico, ma per il disagio persistente della solitudine. Fu solo allora che i grilli fissavano il cielo, mentre il rumore della città si graduava in un lento ritardo.
All’improvviso, un’immagine metallica pulsò sulla sua schermata. Rideva l’alerta del servizio 24: servizi di emergenza. Con un gesto deciso, chiamò. Il telefono, rigenerato, arrivò a tempo. La voce mostrò la terapia necessaria, un passo decisivo.
La risposta arrivò come un fulmine: un corpo in attesa, una stanza chiusa. Maria avanzò, guidata da procedure che sembravano rubate a millenni di tradizione. Ogni passo, ogni contatto, era una scommessa incerta.
Con l’uniforme strappata e le mani graffiate dagli scaffali, i datori di lavoro si motivarono. La soluzione si concretizzò, un filo di luce nel tavolette. Entra, un abbaglio anche per Maria. Finì.

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