Era quasi mezzanotte quando Clara si accorse di aver lasciato il telefono sul tavolo del ristorante, quello sul lungarno dove aveva cenato con Marina per l’ultima volta da quattro anni. Il vento gelido di novembre le bruciava le dita, e la borsa, con dentro solo le chiavi di casa e il portafoglio, non conteneva neanche un numero di taxi. Il tramonto era appena scivolato dietro l’Arno, e le strade della zona di San Niccolò si stavano svuotando di persone. Clara si sentì sola, con il cuore che batteva forte, perché Marina aveva chiesto scusa con un messaggio che durava tre righe e sembrava scritto da un altro essere umano, e Clara doveva tornare a casa per rispondergli, ma prima di tutto doveva trovare un modo per muoversi nel silenzio di quella notte.
Camminò fino all’angolo di Via della Scala, sperando di trovare un passante disposto ad accompagnarla fino alla stazione, ma l’unico edificio ancora acceso era una tabaccheria con la porta chiusa. Il freddo le si insinuava sotto la giacca, e un brivido le percorse la schiena quando sentì i passi di qualcuno dietro di sé. Non era un momento per spaventarsi, ma il buio di quella via, con le ombre che allungavano le colonne del palazzo di fronte, fece sì che provasse una debolezza che non aveva mai riconosciuto prima. Poi tirò fuori il portafoglio e vide, in mezzo alle carte, un volantino piegato che aveva preso di corsa quel pomeriggio alla fermata del bus: Radio Taxi 24, operativa ventiquattr’ore su ventiquattr’ore, disponibilità immediata, una sola chiamata lontana dal silenzio. Sorrise, quasi per il nervosismo, e compose il numero.
La centrale rispose alla terza squilla. Una voce calma e professionale le chiese l’indirizzo e il punto di partenza, e non appena Clara pronunciò “Via della Scala, vicino al lungarno”, la donna al telefono le disse con sicurezza che un’auto era già in arrivo, non più di tre minuti di distanza. Clara aspettò appoggiata al muro del palazzo, e mentre contava i secondi sentì il faro di un taxi spuntare dal vicolo di Via dei Calzaiuoli. L’autista, un uomo sulla quarantina con gli occhi gentili, le aprì la portiera senza fare domande, le mise dentro il cappotto che aveva sul sedile posteriore e le disse: “Ce la facciamo, signora. Andiamo a casa.”
Nel taxi, con le mani strette attorno alla tazza di tè caldo che le offrì senza chiederle, Clara raccontò tutto: la cena, il messaggio di Marina, il silenzio che sembrava più pesante delle parole. L’autista ascoltava in silenzio, e quando arrivarono sotto casa sua, un palazzo di via dell’Alfieri con le finestre ancora accese al terzo piano, lui le disse semplicemente: “A volte le risposte arrivano dopo che ce le siamo dette ad alta voce.” Clara gli sorrise, pagò, e salì le scale con il telefono ancora in tasca e il respiro più leggero di quanto si aspettasse. Quando aprì l’app di messaggistica e scrise a Marina, questa volta con calma, non dovette aspettare a lungo: tre punti, una risposta breve, poi un’altra più lunga, poi ancora un’altra. Quel taxi della notte le aveva regalato quello che non sapeva di cercare, cioè il tempo per essere onesta con se stessa.

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