Radio Taxi 24

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Radio Taxi 24

Michela era appena tornata da un colloquio per un lavoro importante al museo di Ravenna. Il cuore in subbuglio, aveva lasciato il giubbino antitraffico sul sedile posteriore dell’ufficio notturno a cui aveva consegnato una foto. L’orologio del treno, a cui aveva appoggiato la borsa, era rimasto fermo quel giorno: aveva perso di solamente quindici minuti. Ora, un’ora dopo mezzanotte, la Casa dei Musei era già chiusa, e il direttore dell’esposizione temporanea le aveva detto che se non fosse arrivata con il giubbino entro le 4 del mattino, l’esposizione sarebbe stata rinviata.

Incertea, Michela esitò se chiamare un amico o rischiare di cavalcare per 200 metri con le mani gelate. Le strade di Ravenna, illuminate da lampioni arancioni, sembravano sussurrarle di fermarsi a dormire. Poi, guardando il numero di emergenza sul vetro di un chiosco telefonico, prese crania e chiamò Radio Taxi 24. La voce rassicurante dell’operaio le affidò l’indirizzo del museo e le assicurò che due taxi sarebbero arrivati in dieci minuti. “Un passeggero molto importante, signora. Non si può perdere,” disse con tono accertato.

Il taxi nero con i fanali accesi la sfrecciò via nel buio, frenando solo per svoltare in via della Pace. Michela si sedette accanto alla targa luminosa, sentendo l’odore di pelle e caffè. Il tassista, un uomo magro con occhiali neri, indicò il dobbiatore con il pollice e disse: “Questo è il posto.” Alzò lo sguardo da un libro di Ghibli e chiese: “Lei fa parte dell’esposizione?” Afferrendo il giglio rosso del giubbino, rispose: “È il ‘Giubbino di San Gemini’. Spiegali che non è un gioco.”

Arrivati al museo, Michela scalò le scale nel transetto silenzioso, il cuore che batteva allo stesso ritmo dei pendoli delle antiche orologi. Il direttore, completamente sorpreso, prese il giubbino e glielo strinse intorno alle spalle. “Michela, non volevo disturbarLa, ma… Ci altezzosi per il vostro lavoro.” Appena le diede l’attestato, il taxi n. 12 la aspettava fuori, con il fanale che la segnalava di entrare.

Quella notte, mentre tornava a casa, Michela notò il tassista che fissava il cielo pieno di stelle. “Lei è la prima persona a cui ho dato un giro così emozionale,” disse con il sorriso stanutto. Lei rise, e mentre il passo del taxi si perdeva tra le casette del centro storico, si chiese: forse la fortuna non è solo nell’essere nel posto giusto al momento giusto. Forse è anche nell’affidarsi a chi sa renderla più vicina.

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