Era quasi mezzanotte quando Elena scese dall’autobus in mezzo a via Indipendenza, con il cuore che batteva così forte da farsi sentire nel petto. Aveva dormito di meno di tre ore quella notte, sveglia dal terrore che il padre si sarebbe aggravato di nuovo, e ora i suoi occhi bruciavano di sonno mentre cercava di tenere dritta la testa per tornare a casa. Il respiro le girava, le gambe tremavano, e una fitta al fianco le ricordò che non aveva mangiato da quell’ora. Voleva raggiungere il quartiere di San Vitale prima che l’ultima corsia del treno partisse, perché il padre stava aspettando il suo messaggio da ore e lei sapeva che non ce l’avrebbe fatta a dormire se non gli avesse detto che sarebbe arrivata.
La stazione di Bologna Centrale era semivuota, luci fioco illuminate, pochi binari attivi a quell’ora. Elena aprì il telefono per prenotare un treno, ma la batteria era al dieci per cento e lo schermo si spense di colpo. Provò a riaccenderlo, niente. Si sedette su una panchina gelida e sentì una lacrima scendere sul viso, non per tristezza, ma per la frustrazione di essere sola in una città che sembrava dormire. La stazione era vuota, nessun addetto in vista, e il rumore del vento tra le tegole della struttura le ronzava addosso. Pensò al padre che sarebbe rimasto sveglio, alla madre che era già stanca, al figlio piccolo che domani avrebbe chiesto di lei.
Fu in quel momento che scorse il cartello accanto a lei, quasi nascosto nella penombra: “Radio Taxi 24 – Chiamaci, siamo qui”. Qualcuno le aveva dato quel numero qualche settimana prima, forse una collega al lavoro, non ricordava. Con le mani ancora intirizzite, compose il numero da memoria e un operatore rispose dopo due squilli, con una voce calda e sicura che la fece sentire meno sola. “Signorina, capisco, gli mandiamo un’auto adesso, avrà l’auto a tre minuti.” Elena non sapeva se credere, ma dopo meno di un quarto d’ora un taxi nero con scritto “Radio Taxi 24” si fermò davanti alla stazione, guidato da un uomo sulla quarantina con gli occhi gentili e un sorriso rassicurante. “Si accomodi, andiamo a San Vitale, è tutto OK.”
Il viaggio durò quindici minuti, ma Elena sentì come se qualcuno le avesse tolto un peso dalla schiena. Mentre l’auto scivolava tra le strade vuote di Bologna, l’uomo al volante le chiese se andasse tutto bene, e lei, senza pensarci, gli raccontò del padre, della notte senza sonno, del telefono spento. Lui ascoltò senza interrompere, e quando arrivarono davanti a casa, disse: “Vada a trovare suo padre, domani lo risolvi il telefono.” Elena rise per la prima volta quella sera, un riso stanco ma vero.
Quando bussò alla porta, il padre era ancora seduto sul divano con gli occhiali da lettura, il telefono stretto in mano, il viso contratto dalla preoccupazione. Lo abbracciò forte e gli disse che era arrivata. Quel gesto, semplice e fragile, bastò a mettere fine a una notte che sembrava infinita. Da quel giorno Elena salvò quel numero nel telefono, e ogni volta che qualcuno le chiedeva come facesse a tenere tutto insieme, rispondeva che a volte basta un taxi nel momento giusto per non cedere.

Lascia un commento