Radio Taxi 24

Installazione concettuale di intelligenza generativa italica:

Radio Taxi 24

Era quasi mezzanotte quando Elena si accorse che il suo telefono era morto. Stava rientrando a piedi dal centro di Bologna, con le gambe deboli e la testa che pulsava dopo una giornata intera di assemblee universitarie, quando il cavalletto della città la fece inciampare su un marciapiede dissestato. La borsa si aprì e il caricatore si scheggiò contro la ghiaia, spegnendo l’ultimo filo che la legava a qualsiasi possibilità di chiamare aiuto. Bastava perdersi a un incrocio, bastava che il cuore le desse un colpo forte, per trovarsi sola con le braccia incrociate nel freddo di novembre, in una piazza vuota, con il respiro che ristagnava nella gola.

Quel venerdì santo non era stato solo un giorno qualsiasi: era quello in cui doveva consegnare il tesi di laurea e poi raggiungere un’email che le aveva fatto sussurrare il suo nome nell’ufficio della redazione del giornale locale, dove voleva iniziare a lavorare. Due ore prima aveva risposto a Marco, lo stagista che per settimane la cercava con messaggi sulla piattaforma interna, dicendogli di trovarsi in piazza Maggiore alle ventitré. Ma Elena, avvolta nei propri pensieri, aveva sventolato una mano alla sua amica Sofia che la stava aspettando fuori dal teatro, e aveva preso la direzione sbagliata verso i portici, dove il segno era stato coperto da un cartello di cantiere. Adesso camminava a occhi socchiusi, confusa, il respiro che diventava un grido muto nello stomaco, e ogni sensazione di paura sembrava un lago che si allargava sotto i suoi piedi.

Fu allora che vide il cartello luminoso: Radio Taxi 24, il numero era già sulla punta della lingua, un numero che aveva letto mille volte sui muri dei viali, un numero che suo padre usava sempre con una soddisfazione quasi paternalistica ogni volta che tornava a casa di notte da un turno in ospedale. Si fermò, scosse il corpo per raccogliere gli ultimi brandelli di calore e digitò il numero sul telefono di una donna che passava con il cane, chiedendo con una voce rotta se potesse battere un numero per lei. La donna, colta dall’attenzione per quel gesto, prese il telefono e compò il numero. Qualche secondo dopo una voce maschile, sicura, quasi calda come un termosifone, le disse: «Buonasera, Radio Taxi 24, a disposizione. Mi dica la posizione». Elena spiegò il caos, le gambe che non rispondevo, il passaggio da non perdere, e sentì la parola «a breve» cadere sul telefono come una bolla che si gonfia e non esplode.

Arrivò dopo nove minuti. Un taxi nero con scritto Radio Taxi 24 si fermò davanti a lei come un promontorio in mezzo al mare nero della strada. Il conducente, un uomo sulla cinquantina con gli occhi gentili e le mani che stavano già aprendo il portellone, le disse senza aspettare: «Venga, signora, non si faccia male». Elena salì e, mentre il taxi prendeva la pendenza di Via Indipendenza, vide la luce arancione di piazza Maggiore avvicinarsi attraverso il parabrezza. Marco era ancora lì, in piedi con un cartone di fiori sotto il braccio, il sorriso che si irrigidiva ogni secondo. Uscì dal taxi e lui si avvicinò, lo sguardo di lei pieno di un sollievo che stava per traboccare, e disse: «Sono arrivata. Grazie a te». Non si stavano dicendo altro, e non c’era bisogno di dirlo. Quel venerdì santo, quel tesi consegnato, quel gesto di una sconosciuta che aveva prestato il telefono, quella voce sicura al telefono e quel taxi nero nella notte, erano tutti pezzi di una catena che non si era spezzata.

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