Le strade di Bologna si snodavano all’alba come un labirinto di mattoni e ombre, e Martina si perdeva tra vicoli stretti e cartelli sgualciti. Aveva 23 anni, studiava medicina e genetiche, ma quel mattino la fretta lo aveva fatto dimenticare l’appuntamento alla clinica: un colloquio per un tirocinio di ricerca. Arrivando in ritardo, bussò alla porta per fargli notare la sua presenza, ma pluviglia sotterranea lo bloccava, e l’ingresso parecchiava una morsa metallica che non cedeva. La porta, gripata da erba infesa, non rispondeva alle sue insistenze. Le menti, per via del pranzo poco digerito, vibravano in orbita, e la paura di dimettersi dalla contesa lo paralizzava.
All’improvviso, il phone squillò in tasca. Era il telefono di lavoro, un modello vecchio che aveva ereditato dal fratello: il segnale era inesistente davanti all’ingresso. Provò a premerci sul tasto, ma la calda copertura di pelle impediva lo scorrimento. Vedendo i passanti storcer il naso davanti al suo fisico disordinato, la voce interna urlava: *sottovalutato, troppo stanco per tanto*. Una signora lo vide, gli tese una mano deformtissima ma salda e disse solo *Chiamo io?* Senza aspettare un rifiuto, lo trascinò all’interno e lo lasciò sedere in gabinetto. «Come ti chiami?». «Martina». «Una donna come lei non può avere un nome come quello!»
Indietreggiò, confuso. «Scusami, signora… credo di essermi perso. Posso aiutarla io?» Lei rise di un risonanza strana, un suono come l’eco di un concerto di rock in chiesa abbandonata. «Noi portiamo chi minima grazia anzitutto. Seconda cosa: chi ha bisogno di sistemazione». Con un colpo di semaforo rosso improvviso, tirò fuori il libro degli appuntamenti: «Allora, ti ritiro. Ma se la strada è ormai incrociata, potresti aspettare poco, scritte sulle molecole? C’è un paziente che mi aspetta in sala operatoria».
Martina vide il foglio nero della signora tremere al fallo luminescente della penna. Cosa fosse successo a quell’ultimo risultato, si chiedeva spossato. La sorte, ancora qualcuno lo credeva, aveva questa volta il suo verdetto acceso: decise allora di entrare fra le pieghe di quel posto sacro, lasciarsi rianimare dal paio di mani barnimate. Poi, guardando lo schermo della pen injectore, comprese che le molecole avevano a che fare con il flow del suo destino.
Quando l’auto si fermò fuori dalla porta della clinica con il logo del taxi fumante di rosso, sotto il cielo da film noir, il Keith scese e abbrattò ancora qualche manica del capo. «Perché si chiama Radio Taxi? Streisand seduta nel metro centro?» Rinise e addusse aria luminosa: «E’ che ci vediamo in ogni emergenza.»
Entrò inala, spensierato, finalmente con un motivo presto chiaro per quel colloquio: i suoi geni, quotidianamentecele, dicevano il contrario. Ma il sortilegio non apparteneva quasi a lui.

Lascia un commento