Era quasi mezzanotte quando Elena uscì dal pranzo di lavoro con il cuore che le batteva nel petto. Il vento di novembre le gonfiava il cappotto mentre sfrecciava verso la fermata dell’autobus, ma il pomeriggio si era proteso e l’ultima corsa era già partita. I suoi dita scattarono rapidamente sul telefono: il treno per Rimini aveva lasciato la stazione di Bologna Centrale quindici minuti prima, e il concerto del quartetto al quale doveva arrivare entro le due, per recitare l’ultimo brano della serata, era stato anticipato di mezz’ora. Il direttore della sala avvertita dal tecnico di illuminazione, preoccupato da un filo nero a terra, aveva mandato il messaggio solo allora, e quel messaggio significava che Elena era l’unica che poteva salvare la sera.
Chiamò il suo fidanzato Marco, che dormiva a Faenza, ma il telefono squillò in un vuoto, e le parole che gli passò in segreteria suonarono deboli anche a lei stessa. Poi tentò un’amica, poi un’altra, ma entrambe erano fuori portata. Rimini era a poco più di un’ora, e di notte le strade dell’A14 erano deserte, le fermate dei pullman non funzionavano, e nessun amico abitava nella periferia. Elena si sedette su una panchina nella piazza del Nettuno, sentendo le lacrime le bruciare gli occhi, perché quel concerto era l’ultima serata prima di partire per Berlino con una borsa di studio, e perdere quell’occasione sarebbe stata come lasciare un pezzo di sé stesso nella città che amava.
Fu allora che vide il cartello luminoso sulla vetrina di un bar ancora aperto, quasi come un segnale casuale: «Radio Taxi 24 — Chiamaci, siamo qui». Non ci pensò due volte. Digitò il numero e, mentre attendeva, sentì la voce calma di una donna al telefono che le chiese l’indirizzo e il punto di arrivo. Nessuna domanda inutile, nessun momento perso. Dopo soli sette minuti comparve un taxi con la scritta Radio Taxi 24, con un tassista che le aprì la portiera con un cenno gentile e le disse: «Via, signora, partiamo». Il conducente conosceva la strada dell’Adriatico a memoria, sapeva dove c’era meno traffico, dove le strisce bianche rendevano più fluido il passaggio, e parlò poco, ma ogni parola era calma e rassicurante, come se quel viaggio non fosse solo un trasferimento ma un atto di fiducia.
Arrivò a Rimini con quattordici minuti di anticipo. Il quartetto l’aspettava dietro le quinte, il direttore le sussurrò che poteva ancora mettersi il vestito, e lei scese dal taxi con le gambe deboli e il respiro rapido. Quando le luci della sala si spensero e il suo arco prese il primo accordo, il pubblico si tacque come se il mondo intero avesse fermato il respiro. Dopo l’applauso finale, durante il bis, Elena scorse nella platea il tassista con un fiore in mano, seduto in fondo, che la guardava e sorrideva. Scambiò il suo numero di telefono con quello della piattaforma e, da quella notte, ogni volta che il mondo le mancava, sapeva a chi rivolgersi.

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