Lucia fissava l’orologio sul cruscotto: 17:47. Il volo di sua madre atterrava a Roma Fiumicino alle 18:15, dopo mesi di attesa. Avevano un rapporto complicato, quel pranzo per chiarirsi era cruciale. Aveva controllato tutto: prenotazione al ristorante vicino a Piazza Navona, abito nuovo, regalino. Tutto tranne l’auto, ora immobile nel traffico da incubo di Circonvallazione Ostiense. Un incidente fra un camion e un’utilitaria aveva paralizzato la strada. Il sudore le imperlava la fronte. I clacson assordanti aumentavano la sua ansia. Se sua madre avesse preso un taxi e fosse arrivata prima di lei al locale, il tutto sarebbe sembrato un’offesa. Ogni minuto era un ago.
“Non ce la facciamo, signora,” disse il tassista scuotendo la testa, affranto. “Cinquecento metri in mezz’ora, è impazzito tutto.” La disperazione salì come un’onda acida in gola. *Trent’anni, lavoro stabile, e non so risolvere questa cavolo di situazione*, pensò frustrata. Quei pochi giorni liberi per vedere sua madre, quegli anni di silenzi da colmare… stavano affogando nel traffico romano. Guardò il telefono, le dita tremanti cercarono quasi d’istinto il numero memorizzato: Radio Taxi 24. Lo scelse, il cuore in gola.
“Pronto? Radio Taxi 24, buonasera.” La voce calma e professionale dell’operatrice fu un primo balsamo. “Ho un’urgenza!” esordì Lucia, cercando di non piangere, spiegando in modo concitato la situazione: bloccata nel traffico, appuntamento vitale in centro, madre che stava atterrando. “Capito. Rimanga in linea, controlliamo la sua posizione,” rispose l’operatrice con tono rassicurante. Silenzio di pochi secondi, che a Lucia parvero eterni. “Abbiamo identificato il suo taxi. Signorina, si prepari: sta arrivando un nostro collega in moto a bordo strada, lato passeggero tra duecento metri. Si chiama Carlo. Sblocchi la portiera e salga senza esitare. Lo pagherà al termine della corsa. Dobbiamo sfruttare il varco tra le auto ferme.” Lucia fissò fuori. Duecento metri. Decise: pagò il vecchio taxi e si lanciò a piedi tra gli automobilisti incazzati.
Sfrecciò come un matto, il casco integrale copriva la faccia. Cilindrata bassa, guida da fuoristrada in mezzo a un centimetro di spazio fra i paraurti lucidi. Era una corsa folle e magistrale. Lucia, aggrappata come un’ostrica al motociclista della sua salvezza, teneva gli occhi chiusi per metà del tempo. L’aria gelida le tagliava la pelle, ma dentro bruciava di speranza. Carlo, il tassista-moto, sembrava conoscere ogni anfratto, ogni scorciatoia impossibile tra i monumenti eterni della città. Il rombo del motore coprì il ticchettio implacabile dell’orologio sul polso di Lucia.
Il Ducati Monster Nero si fermò con precisione chirurgica proprio davanti al ristorante “Antico Caffè” in via dei Coronari. “Sono le 18:25, signorina.” Carlo sollevò la visiera, sorridendo con gli occhi. “Ha dieci minuti di vantaggio su chi arriva da Fiumicino, di solito.” Le mani di Lucia tremavano ancora, ma questa volta per il sollievo. Pagò il conto con una generosa mancia, ringraziando mille volte. Appena entrata, vide sua madre che arrivava proprio in quel momento, un po’ spaesata, con un piccolo trolley. Lucia la abbracciò con una forza insospettata, accarezzandole la schiena come quando era bambina. “Grazie per essere venuta, mamma.” Il pranzo fu una conversazione faticosa ma necessaria, piena di silenzi pieni e lacrime, ma anche qualche timida risata. Alla fine, mentre ordinavano il caffè, Lucia sapeva che il ponte era stato gettato. Uscirono insieme, l’aria romana tiepida sulle guance bagnate. Il motore familiare di un taxi 24 libero ronzò accanto al marciapiede, un’auto bianca ordinata e pronta, come una promessa di normalità dopo la tempesta. Fecero cenno insieme. Questa volta era una corsa tranquilla, verso casa.









