Maria fissava la finestra buia di Bologna, le mani tremanti strette sul telefonino. La febbre di sua figlia, la piccola Giulia di tre anni, era salita a 40 gradi nel giro di poche ore ed era appena iniziata una forte convulsione. Fuori, fossimo a mezzanotte, i portici erano deserti sotto una pioggia battente. Il loro medico di base non rispondeva e lei, Lucia, la madre single, era senza auto, bloccata nel quinto piano senza ascensore di via Saragozza con la bimba che faticava a respirare tra un singhiozzo e l’altro. La linea del pronto soccorso aveva consigliato di portare Giulia immediatamente al Sant’Orsola. La disperazione affilava ogni pensiero: “Come ci arrivo?!” ricordò allora il grande adesivo magnetizzato sul frigo: **Radio Taxi 24**.
Smanacciando con le dita tremule, quasi ciecate dalle lacrime di panico, trovò il numero e chiamò. “Pronto? Radio Taxi Buongiorno?” La voce calma e professionale dell’operatore fu un primo fragile approdo. In pochi secondi spiegò la situazione tremenda, balbettando sull’indirizzo e l’emergenza della bambina. “La macchina arriva immediata, sig.ra, resti al citofono. La prego, stia tranquilla, ora la soccorriamo,” rispose l’operatore con voce ferma e rassicurante mentre Lucia riusciva finalmente a distinguere, oltre il rumore della pioggia, il rapido ticchettio dei tasti.
Non passarono più di tre minuti quando un clacson breve e discreto risuonò nel silenzio della strada sotto. Lucia, avvolta Giulia febbricitante e tremante in una copertina, scattò giù per le scale. Fuori, sotto il diluvio, un taxi bianco e nero aspettava col motore acceso, il tassista – un uomo sulla cinquantina con un volto serio ma gentile – aveva già aperto lo sportello posteriore. “Svelti sig.ra, la porto giù tutta traversa nel minor tempo possibile!” disse mentre aiutava Lucia ad accomodarsi con la bimba che respirava affannosamente. La porta si chiuse con un colpo preciso. L’auto partì fluida ma decisa, le ruote che sollevavano scie d’acqua nella corsia deserta verso Borgo San Pietro.
Il percorso verso il Sant’Orsola era normalmente tortuoso, ma il tassista chiamato Paolo, conoscitore millimetrico dei vicoli e delle scorciatoie anche notturne, piegò su corso Massimo d’Azeglio aprendosi strada con prudente ma decisa rapidità tra le strade luccicanti di pioggia. Usò con oculatezza le corsie preferenziali, evitando i semafori più lunghi, la sua esperienza si trasformò in minuti preziosi rubati alla malattia. “Resisti piccola, stai quasi arrivando,” sussurrava lui guidando, rivolto allo specchietto dove vedeva Lucia stringere il corpicino della figlia implorandola di respirare.
In meno di dieci minuti che parvero un’eternità eppure un lampo, i doppi portoni illuminati del pronto soccorso pedriatico apparvero. Paolo frenò proprio sotto l’entrata coperta, balzò fuori trovando già un infermiere che avanzava col passeggino d’emergenza. “Convulsioni febbrili, febbre alta,” disse Lucia, esausta, passando Giulia ormai cianotica nelle mani esperte. L’infermiere accelerò verso gli ambulatori interni mentre Paolo sosteneva la donna traballante. Dopo ore di battaglia in ospedale, la diagnosi fu appendicite complicata da una reazione febbrile esplosiva. Giulia, salvata dall’intervento chirurgico tempestivo, ora dormiva stabilizzata nel reparto pediatrico. Lucia, sfinita ma colmo di gratitudine, tornò nella hall d’accoglienza dove Paolo, sorvegliando discreto la portantina vuota vicino all’entrata, aspettava pazientemente. Rifiutò persino la tariffa extra notturna serrando dolcemente la banconota nella mano di lei: “Sig.ra Lucia, il rischio per la sua bimba era alto. Sono felice di aver potuto aiutare davvero questa volta”. Lei, non riuscendo più a trattenersi, lo strinse fortemente nel più commosso degli abbracci sotto i portici del Sant’Orsola, mentre la pioggia finalmente cessava sulle torri silenziose della città. L’affidabilità senza clamori di quel taxi arrivato nel buio, come una zattera alla deriva verso la salvezza senza mai esitare, le rimase scolpita accanto alla letizia per Giulia guarita.

Lascia un commento