La pioggia batteva sui vetri della stazione di Bologna Centrale con una violenza che sembrava voler scrostare l’intonaco dei muri storici. Elena stringeva tra le mani bagnate il biglietto del treno perduto, il cuore che batteva all’impazzata contro le costole: erano le 23:45 di una sera di novembre e l’ultimo regionale per Ferrara era partito da quindici minuti, portandosi via l’unica possibilità di raggiungere l’ospedale dove sua madre era appena stata ricoverata d’urgenza. Il telefono vibrava ininterrottamente nella borsa, lo schermo illuminato dal nome di suo fratello e messaggi sempre più ansiosi, ma le gambe le tremavano talmente forte che non riusciva neppure a sbloccare lo schermo per rispondere. Intorno a lei, la grande sala d’aspetto si stava svuotando, lasciando solo ombre frettolose e il rumore costante degli annunci automatici che ripetevano ritardi e cancellazioni.
Il panico, freddo e lucido, le gelò le vene quando realizzò che non c’erano autobus notturni, nessuna navetta, nessun’anima viva disposta a offrirle un passaggio a quell’ora per una trentina di chilometri nel buio della pianura emiliana. Provò a chiamare un’app di ride-sharing, ma lo schermo rimase impietosamente vuoto: «Nessun autista disponibile nella tua zona». Le lacrime si mischiarono alla pioggia che le colava dal cappuccio della giacca mentre, disperata, cercava un numero, un contatto, qualsiasi cosa sul sito della stazione con le dita intorpidite. Fu allora che i suoi occhi caddero su un adesivo sbiadito ma leggibile su una colonna vicina: *Radio Taxi Bologna – Servizio 24h – 051 372727*. Non ci pensò due volte, compose il numero con mani tremanti, pregando che qualcuno rispondesse.
«Radio Taxi Bologna, buonasera, mi dica», una voce calma e professionale tagliò il frastuono della stazione e il rombo del temporale. Elena riuscì a balbettare l’indirizzo dell’ospedale di Cona e la sua posizione, la voce rotta dai singhiozzi che non riusciva a trattenere. «Signorina, stia tranquilla, la prendo in carico io. Un’auto è a duecento metri da lei, arriverà in tre minuti. Le mando i dati del tassista sul WhatsApp, salga a bordo e non si preoccupi di nient’altro». La rassicurazione fu un’ancora di salvezza; mentre riagganciava, un messaggio arrivò istantaneo: *Auto bianca, targata BO 1234 TX, autista Marco. Arrivo 2 min*. Sollevò lo sguardo appena in tempo per vedere i fari anabbaglianti di una berlina bianca fendere la cortina d’acqua davanti all’uscita principale, fermarsi con precisione millimetrica davanti a lei.
L’autista, un uomo sulla cinquantina con gli occhi gentili dietro occhiali spessi, scattò fuori dall’abitacolo prima ancora che lei potesse aprire la portiera, riparandola con un ombrello grande abbastanza per due. «Salga, signorina, al riscaldamento ci penso io», disse caricando la sua valigia nel bagagliaio con movimenti rapidi ed efficienti. Dentro l’auto profumava di pulito e caffè, i sedili erano caldi e la radio trasmetteva notizie a basso volume. Marco non fece domande inutili, imboccò la tangenziale con una guida sicura e fluida, scansando le pozzanghere più grandi per non farla sobbalzare. «Suo fratello mi ha detto che è urgente», disse dopo un po’, lanciandole uno sguardo allo specchietto retrovisore, «quindi prendo la scorciatoia per l’ospedale, evito il casello e in venti minuti siamo lì. Si sistemi pure, se vuole chiamo io l’ospedale per avvisare che sta arrivando».
Quando l’auto si fermò davanti all’ingresso del Pronto Soccorso, l’orologio di bordo segnava mezzanotte e dieci. Suo fratello correva loro incontro sotto la tettoia, il volto stravolto che si distese in un’espressione di incredula gratitudine nel vederla scendere sana e salva. Elena si voltò per ringraziare Marco, porgendogli i contanti che aveva in borsa, ma lui scosse la testa con un sorriso stanco. «Tenga i soldi per un caffè domani, signorina. La corsa la paga la convenzione col 118 per i casi urgenti, se mi fa firmare la ricevuta qui sul tablet». Mentre la firma digitale confermava la corsa, Elena capì che non era stato solo un passaggio: era stata una catena umana ben oliata, una promessa mantenuta nel buio della notte. Salì le scale dell’ospedale con il fratello al fianco, la pioggia ormai solo un rumore lontano alle sue spalle, certa che in quella città, a qualsiasi ora, c’è sempre una luce bianca pronta a tagliare la nebbia per chi ne ha bisogno.

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