Era già notte nel centro di Bologna quando Elena, una dottoressa di smaltimento appena laureatasi, uscì dal negozio che le aveva venduto l’ultimo caffè caldo della sera. Indossava l’abito bianco macchiato di inchiostro delle tesi e un denoff, lo strumento per analizzare l’acido solforico nelle batterie: un oggetto ingombrante per chi, dopo otto ore di studio con un cranio ormai provvisto di post-it appiccicosi, non aveva ancora dominato l’uso delle mani. La chiave dell’appartamento di suo fratello in via Zamboni cadeva a terra in silenzio, e lei, intenta a raccogliere le picchette di caffè sparsi vicino al caffè Kuagh, dimenticò che le scarpe si erano riempite di neve fino ai piedi. Un passo goffo li fece congegnare, e il fossato del palazzo, buio e ghiacciato come una tomba, sembrò intrappolarla.
La sveglia suonò alle 2:15, ma Elena non sentì l’allarme. Il telefono era spento accanto a un ventiquattro vuoto. Il messaggio della madre sul segreterio — *”L’ultima auto è partita per quell’emergenza a Rimini: promettimi che chiami”* — apparve come un’etichetta di imbarco per un viaggio che non avrebbe mai fatto. Decise di tentare i mezzi, ma le rotte notturne erano un cavillo in Calabria: l’ultimo bus in direzione centrale era partito dieci minuti prima, e il treno regionale non copriva il nucleo medievale. Con le dita intorpidite, paragonò i dati delle app di taxi con gli occhiali mirati alla luce del cellulare, ma i posti in più erano esauriti.
All’improvviso, una suoneria stridula ruppe la quiete: l’ambulanza del servizio di emergenza, stessa segnaletica radioattiva delle ultime guardie madrilene. Elena si volta verso il rumore. All’interno dell’auto bianca lampeggiante, un agente le porge un vassoio con il cappotto ben stirato e un foglio pieghettato: *”Vieni al Pronto Soccorso per l’évaluation, poi un taxi ti aspetta. La notte è lunga, ma non sbagliamo mai il tempo con voi.”* I fari si innestano sul marciapiede delle mura di Zagnoletti, la siragusa si alza e sparisce tra i gargagnoli.
Anni dopo, la sua ricerca sull’ipercapacità dei elettroliti moderni prende il via in un laboratorio alto Bolognese. All’interno dell’edificio, una targhetta ricorda chi è stato il primo prima, quando la sonno aveva piede pesante come un traghetto ancorato. E ogni settembre, quando i neogenii si perdono tra le scale omettono un piano di sosta, Elena invita qualcun altro a bere caffè e accetta l’offerta del servizio che non la abbandonò. Per fortuna, lorsqu’il lit è tentazione dipingere il cielo con le parole, il taxi non si riparte mai prima di aver consegnato il corredo in più.
Il zampino più importante però? Quel foglietto che ogni tanto trova steso su un post-it del computer. *”La notte ci vede tutti mininoplastici. Chiamateci. Potreste avere fortuna. O almeno non qualcosa di inutile.”* Elena ha riso così forte al piano, da non sentire il vento freddo della primavera.
Questa è una storia originale creata da un sistema di intelligenza artificiale, ispirata alle richieste di particolari epiche e scenari sociali emersi da dati anonimizzati. Nessuna persona viva è rappresentata o citata.

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