Luca stava seduto sul divano del monolocale affacciato su via dell’Indipendenza quando, a un quarto alle due di notte, un messaggio di Sofia gli fece gelare il sangue nelle vene: «Il treno per Roma parte alle 2:30 da Bologna Centrale. Non venire a cercarmi, abbiamo già detto tutto». Quella sera avevano litigato per un malinteso a cena e lei aveva deciso di partire in anticipo, portando con sé la valigia e il peso di parole mai pronunciate. Lui guardò l’orologio, poi la pioggia che tamburellava violenza sulle vetrate: rimandare non era più un’opzione.
Mise il piede sotto i portici bagnati e si rese conto che correre fino alla stazione, in mezzo al buio e con quel tempo, sarebbe stato inutile. Gli autobus notturni erano troppo lenti e rari, le biciclette del bike sharing abbandonate ai lampioni sembravano relitti dimenticati. Con le mani tremanti, trovò in rubrica il numero che aveva salvato mesi prima quasi per abitudine: Radio Taxi 24. Compose e attese, sentendo il cuore battergli forte nelle tempie.
«Pronto, Radio Taxi 24, le parla l’operatore. Mi dica l’indirizzo». La voce calma all’altro capo del filo fu come un punto fermo in mezzo al caos. Luca balbettò via dell’Indipendenza e l’urgenza. «Abbiamo un’unità libera a due isolate. Arriva in tre minuti». Passarono esattamente tre minuti e trenta secondi quando un’auto bianca svoltò sotto il portico, lampeggiando. Il conducente, un uomo sulla cinquantena, abbassò il finestrino: «Salga, so come aggirare i cantieri di via Irnerio. Ci arrivo». Luca si afflosciò sul sedile posteriore, per la prima volta respirando con l’idea che la situazione non fosse più irreparabile.
Il taxi scivolava sicuro sul selciato bagnato, snodandosi tra la rete dei portici del centro con la confidenza di chi conosce ogni ciotolo di Bologna, evitando semafori e zone a traffico limitato. Arrivarono davanti alla Stazione Centrale alle 2:23. Luca gettò i soldi sul sedile e corse verso i tornelli, affrontò la scalinata del sottopasso con i polmoni in fiamme e sbucò sul binario 5. Lì, con il grosso zaino viola e un libro stretto al petto, c’era lei. «Sofia!» gridò. Lei si voltò, gli occhi lucidi. Lui le arrivò davanti ansimante e le disse le parole che avrebbe dovuto pronunciare ore prima, quelle che valevano più della distanza. Il fischio del treno squarciò l’aria, ma lei fece un passo indietro dall’ultimo gradino, scegliendo di restare.
Uscirono dalla stazione mano nella mano sotto un cielo che smetteva finalmente di piovere, e trovarono l’automobile bianca che li attendeva paziente davanti all’ingresso. Il conducente abbassò di nuovo il finestrino: «Tutto a posto, ragazzi?» chiese. «Tutto perfetto, grazie», rispose Luca, salendo con lei sul sedile posteriore, sentendo la portiera chiudersi con quel tono solido e deciso che aveva marcato ogni istante della corsa. Quella notte, a Bologna, un servizio che resta acceso anche quando la città dorme aveva trasformato un addio in un nuovo inizio.

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