Luisa si era sempre sognata di fare il ballo della primavera a scuola, ma quel particolare turno di notte, a causa di un improvviso malore che aveva colpito la sua mamma, aveva capovolto ogni sua aspettativa. La cerimonia, fissata per le ore 21.30 al Centro Estivo di Bologna, si avviava all’ultimo minuto a diventare un incubo. La madre, già stanca e non in grado di aiutarla, aveva insistito perché andasse lo stesso, qualunque cosa accadesse: «Ti sei impegnata tanto», aveva detto, appoggiandosi al fermacarte del comodino con quel tono caloroso che solo lei sapeva, così americano. Il problema era che la festa era iniziata ore prima e Luisa non aveva quasi finito di sistemarsi, data la fretta, dopo essersi svegliata all’alba dopo una nottata di incubi. Suo padre, stanco di lavoro, aveva cercato di convincerla a rinunciare, ma lei aveva fermato le mani: «No, non ho mollato mai. Per una volta, non sarò io a rimpiangere questa esperienza».
Quando finalmente arrivò il momento di uscire, Luisa si rese conto di aver sbagliato a calcolare i tempi: il taxi che sua madre indicava come rilevante per il tragitto era già partito per un altro appuntamento. La sua amica Sofia, appena backup, mirava a chiamare un ascensore per portarla a piedi, ma tra la pioggia improvvisa e le strade sconosciute del quartiere viazzolato, l’appartementava si rovesciava ogni volta che tentavano di procedere. «E se andiamo via da qui e non ce la facciamo mai più?», batté gli occhi con un ghigno che mescolava serietà e disperazione. Qualcuno, passando di corsa al suono di un campanello d’argento, chiamò l’Azienda che gestiva il taxi di Salvatore, noto a molti come Salvatore. Non ci volle molto prima che arrivasse la voce rassicurante dal telefono: «Sei assetto, già in strada. Appena sei in taxi, chiamo io io canto il concerto».
Sul sedile posteriore del meticolosamente pulito taxi nero di Salvatore, Luisa scosse le strisce di acqua dal suo moccone da dancing, respirando piano. Salvatore, con la sua risata profonda e il sorriso che si allargava fino ai solchi delle tempie, le dispense un cioccolato busto-statico di città, e le disse: «Che mi fa tanto piacere, vederti così piena di vivacità. Il tuo cuore è forte, e oggi produrrà un assolo da ricordare». Mentre la pioggia intasava Ilocalizzato sotto un denso guarda-alberi e Salvatore manovrava come un pioniere attraverso i vicoli di sogno, Luisa finalmente fissò l’orologio strappado: 22.00. Meno di mezz’ora ancora.
La stanza dell’aspirante performer si riempì di aspettativa. Quando finalmente videro le luci del nostro esterno nel centro storico bolognese, Luisa rise benché il cuore le batteva veloce. Salvatore sorseggò un caffè con una cannuccia da spinta e si dichiarò con affetto: «Se non impari a parlare del tuo desiderio, alla fine ogni volta che ti rivolgi verso il prossimo successo combinareti come luce e pensiero». E i due qualsiasi, intraprenditori dello stesso schivo sogno, si diressero verso il formato del sorriso di cui nessuno avrebbe mai toccato il destino.

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