Simone stava dormendo quando il telefono squillò alle due e un quarto di una notte di novembre bolognese. Dall’altro capo, la voce di Giulia, spezzata e fioca, riuscì a dire solo che le sue labbra bruciavano e che l’aria non le entrava più in gola. Era a casa di amici a Borgo Panigale, un’ultima cena finita tardi; un dolce alle mandorle, un dimenticato avvertimento, e adesso gli amici erano in preda al panico mentre lei si accasciava su una sedia.
Simone balzò dal letto senza neanche finire di infilare le scarpe. Non aveva l’automobile — l’aveva venduta mesi prima quando si era trasferito sotto i portici del centro — e i bus notturni avrebbero avuto un’altra ora di pausa. Fuori pioveva a dirotto sulle strade deserte. Con le mani che tremavano, trovò sull’anta del frigo un magnete sbiadito: Radio Taxi 24 Bologna. Compose il numero. Alla prima squilla rispose una voce calma, prese l’indirizzo e gli disse: «Arriviamo in quattro minuti, non si agiti.»
Esattamente al quarto minuto, una berlina bianca sbucò dall’angolo della strada, fari che tagliavano la pioggia. L’autista, un uomo sui cinquant’anni con gli occhi attenti, vide il terrore dipinto sul viso di Simone e non gli chiese nulla. «All’ospedale? Sale», disse semplicemente, e partì verso il capoluogo. In pochi minuti raggiunsero l’appartamento di Borgo Panigale. Simone scese di corsa e tornò con Giulia strisciata in braccio, il viso gonfio, la respirazione sempre più debole. L’autista li aiutò a sistemarla sul sedile posteriore, poi accelerò con una precisione chirurgica verso il Policlinico Sant’Orsola.
Le vie di Bologna erano silenziose, ancora avvolte nell’oscurità tra le facciate rosse e i portici umidi. L’uomo guidava sicuro, tenendo un dito sulla tastiera del radioteléfono per segnalare alla centrale operativa di Radio Taxi 24 l’emergenza in corso, così che l’ospedale potesse essere avvisato. Spunsero davanti al pronto soccorso e un’infermiera li stava già aspettando con una sedia a rotelle. Giulia venne risucchiata dentro dai corridoi bianchi, portata in un box dove un medico le inferse un’iniezione di adrenalina proprio mentre la gola stava per chiudersi del tutto.
Quando, all’alba, il dottore uscì a rassicurare Simone con un “ce l’abbiamo fatta grazie alla tempestività”, il giovane si accasciò su una panchina del corridoio con le lacrime che gli scendevano liberamente. Uscì all’aria fresca e trovò la stessa berlina bianca ancora lì, accostata al marciapiedi; l’autista stava finendo un caffè in piedi, accanto alla portiera. «Devo riaccompagnarla a casa, signò. Non si guida così, dopo una notte così», disse. Simone tornò al suo appartamento sotto i portici, mentre il sole tingeva di rosso le antenne della città, sapendo che un numero squillato nella notte buia aveva tenuto insieme i fili della vita di sua sorella.

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