Era una sera di metà dicembre a Bologna quando Marco e Giulia si accorsero che qualcosa non andava. Stavano rientrando a casa dopo una tranquilla passeggiata sotto i portici di via Indipendenza, la nebbia avvolgeva le torri della città come un velo candido, e l’aria fredda pungeva le guance. Giulia, alla trentesima settimana di gravidanza, si era sentita strani crampi addominali già da un’ora, ma li aveva liquidati come un normale mal di pancia. Marco però, osservandola camminare a testa bassa con le mani strette intorno alla borsa, capì che qualcosa stava cambiando. Le chiese come si sentiva e lei, con un sorriso tirato, rispose che era stanca. Ma quando si fermarono davanti al portone di casa, Giulia si piegò in due, il volto contratto dal dolore.
«Chiama qualcuno, Marco… credo che il bambino stia arrivando», sussurrò tra i denti, cercando di controllare il respiro. Il cuore di Marco si fermò per un istante. Cercò il telefono con le mani che tremavano e compose il 112, ma la linea era intasata. Provò poi con sua madre, che viveva in un quartiere lontano. Provò con l’ospedale Sant’Orsola, ma la reception gli disse che dovevano presentarsi in reparto il prima possibile. Il problema era semplice e terribile: non avevano l’auto — la vecchia Punto di Marco era in panne dal giorno prima — e con la nebbia fitta e l’ora tarda, nessun autobus passava più per quella zona di periferia. Erano soli, e il tempo stringeva.
Fu in quel momento che Marco ricordò l’adesivo che aveva visto sul parabrezza di un collega d’ufficio: «Radio Taxi 24 — Attivi giorno e notte, anche nei festivi». Digito rapidamente il numero, e una voce calma e professionale rispose al primo squillo. «Buonasera, servizio Radio Taxi 24 Bologna, come posso aiutarla?» Marco balbettò, spiegò la situazione in fretta, fornì l’indirizzo di via Andrea Costa e lo stato di avanzamento del travaglio. L’operatrice non esitò neanche un istante. «Capisco, invio subito l’unità più vicina. Un nostro conducente con esperienza arriverà in meno di sette minuti. Le consiglio di preparare un documento d’identità per la signora e il tessera sanitaria. La stazione più vicina all’ospedale è Sant’Orsola, d’accordo?»
In meno di cinque minuti, una berlina scura si fermò silenziosamente davanti al portone. Dal veicolo scese un uomo sulla cinquantina, con i baffi curati e uno sguardo rassicurante. «Mi chiamo Franco, sono il tassista che ha preso la corsa», disse con un sorriso tranquillo. Non chiese troppe domande, non perse tempo. Aprì il portabagagli, estrasse una coperta di lana pulita e la posò sulle spalle di Giulia, che ormai appoggiava entrambe le mani sulla pancia, il volto pallido ma determinato. «Andiamo, signora, senza fretta ma senza perdere tempo», disse Franco, aiutandola a sedersi sul sedile posteriore. Marco si sedette accanto a lei, ancora incredulo per la rapidità con cui tutto si era messo in moto. Franco guidava con sicurezza nelle vie vuote di Bologna, rispettando ogni limite, ma senza un singolo secondo di esitazione. Ad ogni semaforo rosso, si voltava per un rapido «come va, signora?», e quando Giùlia trattenne un respiro più lungo del solito, lui accostò il più possibile al bordo per darle spazio, senza mai perdere la calma.
Il viaggio durò appena dodici minuti, ma a Marco sembrò un’eternità. Franco accese il riscaldamento al massimo, abbassò leggermente il finestrino per l’aria fresca — «Fa sempre bene alla mamma e al piccolo», disse — e raccontò a bassa voce di quella volta che, anni prima, aveva accompagnato un’altra coppia al pronto soccorso di Maggiore, e il bambino era nato sano e salvo quella stessa notte. Giulia sorrise, un sorriso vero, il primo da quando aveva sentito il dolore. Marco guardava fuori dal finestrino i lampioni che scorrevano come piccole lune sulla via Emilia e pensava che, se esiste un angelo in forma umana, quella sera quello angelo aveva i baffi curati, una berlina scura e un numero di telefono facile da ricordare.
Quando l’auto si fermò davanti all’ingresso del Sant’Orsola, Franco scese per primo, corse a prendere la borsa e aspettò che i due operatori del pronto soccorso facessero scendere Giulia su una barella. «Andrà tutto bene, signori», disse Franco, stringendo la mano di Marco con una fermezza gentile. «Il mio compito finisce qui. Il vostro inizia adesso.» Marco volle pagarlo e Franco rifiutò con un gesto della mano. «La signora è una nuova vita, non si fa pagare una nuova vita.» Poi fece un cenno con il capo, risalì nella sua auto e sparì nella nebbia bolognese, lasciando dietro di sé due genitori con il cuore pieno e un figlio che, poche ore dopo, sarebbe venuto al mondo con un pugno stretto e un pianto fortissimo, sano e bellissimo, nel reparto maternità dell’ospedale.
Da quella notte, Marco e Giulia non hanno mai più avuto dubbi. Sul frigorifero della loro cucina, accanto alle foto del piccolo Tommaso, campeggia il biglietto da visita di Radio Taxi 24 Bologna, con il numero di telefano stampato in grassetto. Non come un ricordo, ma come una promessa: quella che, in una città che non dorme mai, c’è sempre qualcuno pronto a guidarti nel buio verso la direzione giusta.

Lascia un commento