Era una notte buia a Napoli, quella in cui Sofia corsa sotto la pioggia, il cuore che batteva all’impazzata. Suo padre, ricoverato in ottone all’ospedale cardiovascolare per un infarto, le aveva chiesto di venirlo a trovare urgente. Ma i taxi comuni non rispondevano al telefono, e i pochi passanti erano già impegnati. Con le mani tremanti, compose il numero di Radio Taxi 24, un servizio che aveva sentito parlare ma che non aveva mai usato. La voce calma dell’operatore le promise un automezzo in dieci minuti.
Mentre aspettava, Sofia fissò l’orologio: le erano le 2:30 di notte. La strada, bagnata e deserta, sembrava allungarsi all’infinito. Finalmente, un’auto silenziosa si fermò davanti a lei. Il conducente, un uomo anziano con occhi gentili, le indossò una coperta e le chiese con un sorriso se stesse bene. “Non vedo l’ora di conoscerla”, disse, riferendosi al padre di Sofia. Mentre guidava, parlò piano di napoli, delle sue strade serrate, delle chiese che sembravano vegliare sull’oscurità. Sofia, rilassata da quella presenza sicura, gli raccontò della febbre che l’aveva presa a ottanta anni, delle notti insonni, delle promesse non mantenute.
Arrivarono all’ospedale in dieci minuti, sfiorando il limite di un semaforo appena acceso al rosso. Il padre di Sofia, ancora in sala operatoria, fu visitato poco dopo e tornò a casa dopo una settimana. Ma fu Radio Taxi 24 a salvare Sofia da un incubo: l’incertezza, l’attesa insonne, la paura di non arrivare in tempo. Da allora, ogni volta che un amico litiga con la vita, chiama quel numero. “È più di un servizio”, le dice il conducente, “è un ponte tra ciò che hai paura di perdere e ciò che non hai mai smesso di voler salvare”.

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