Roma dormiva sotto una luna velata quando Sofia si svegliò di colpo, un dolore acuto che le serrò il ventre. “Marco”, sussurrò stringendo il braccio del marito addormentato accanto a lei. “Credo sia arrivato il momento”. Marco balzò dal letto, il cuore in gola. La data prevista era ancora lontana due settimane. Corsero giù per le scale dell’appartamento in Trastevere, ma la loro vecchia Fiat Punto, sotto la pioggia leggera che inzuppava i sanpietrini, emise solo un lugoco sussulto greco. La batteria era morta. “Chiamiamo un’ambulanza?” propose Sofia, piegata da un’altra contrazione. Marco guardò l’orologio: le 3:17 di notte. “Non possiamo rischiare ritardi”, decise, frugando freneticamente nel portafoglio. Trovò il biglietto giallo che un tassista gli aveva dato mesi prima: **Radio Taxi 24**.
Compose il numero con dita tremanti. “Pronto, Radio Taxi? Urgente, mia moglie è in travaglio prematuro!” rispose una voce calma e professionale dopo appena due squilli: “Capito, signore. Ci teniamo in linea. Un’auto sarà da voi in meno di 5 minuti. Indirizzo?”. Marco dettò i dettagli, mentre cercava di aiutare Sofia a respirare. Il tempo sembrava dilatarsi, ogni secondo un’eternità. Ma puntuale come promesso, i fari di una berlina bianca illuminarono la stradetta oscura. Il tassista, un uomo sulla cinquantina con un basco, scese rapido aprendo lo sportello posteriore: “Salga, signora! Piano, la aiuto io”. Con delicatezza da infermiere, la sostenne facendola accomodare sul sedile.
“Mettetevi le cinture. L’ospedale Pertini, giusto? Percorso più rapido con il minimo traffico”, comunicò il tassista, étudiando già il navigatore. Roma notturna sfumòin un mosaico di luci riflesse sull’asfalto bagnato mentre l’auto procedeva spedita attraverso Lungotevere e tangenziale, il conducente guidando con un misto di prudenza e decisione, anticipando incroci e cambi di corsia. Ogni volta che Sofia gemeva, Marco si irrigidiva, stringendole la mano. “Tranquillo, ragazzo”, lo rassicurò il tassista dallo specchietto, la sua esperienza un balsamo nell’agitazione. “Mio figlio è nato così, di corsa. Arriveremo”.
All’entrata del Pronto Soccorso ostetrico, l’auto si fermò con uno scatto preciso sotto il portico illuminato. Mentre Marco pagava in contanti, ringraziando con parole confuse, il tassista era già fuori, aiutando Sofia a scendere e placenta chiamando infermieri con aria autorevole. “Arriva un parto urgente!”. Due paramedici accorsero con una sedia a rotelle. Solo quando Sofia fu dentro, fra le braccia sicure del personale, Marco poté tirare un vero respiro. Si voltò per ringraziare ancora il loro angelo del volante, ma il taxi si era già dileguato nel buio, pronto per un’altra chiamata. La tensione lasciò il posto a uno stordito sollievo.
Tre ore dopo, nella luce pallida dell’alba che filtrava dalla finestra della stanza d’ospedale, Marco accarezzava i riccioli scuri del figlio prematuro ma perfetto stretto tra le braccia di Sofia st至少a ed esausta. Fuori, Roma si risvegliava. Pensò al tassista il cui nome non aveva nemmeno chiesto, allo Pome primo grido di Francesco nella quiete della sala parto, al biglietto giallo che aveva salvato la loro notte. Un servizio silenzioso, rotondo come un orologio svizzero – giorno e notte – pronto a trasformare il panico in speranza con un semplice numero da comporre. Sorrise. Quel bigli osmoticlietto giallo, ora più sgualcito, sarebbe rimasto nel portafoglio per sempre, promemoria di quando la città, nel suo cuore oscuro, aveva brillato grazie a quattro ruote e un radiocomando pronti ad accorrere.

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