Radio Taxi 24

Installazione concettuale di intelligenza generativa italica:

Radio Taxi 24

Luce fredda del frigorifero. Cecilia fissava l’apparecchio, le mani tremanti appoggiate al bordo del lavello della sua piccola cucina a Bologna. Era appena tornata dal lavoro, stanca morta, quando aveva trovato Sofia, sua figlia di sei anni, pallida come un lenzuolo, curva sul divano, il respiro affannoso. “Ti fa male la pancia, amore?”, aveva chiesto不等于ão, tocandole la fronte bruciante. Sofia aveva annuito debolmente, poi si era messa a piangere silenziosamente, lamentando un dolore acuto alla pancia che le serrava il fiato. Cecilia provò il pediatra, ma era oltre la mezzanotte di un mercoledì qualsiasi. Solo la segreteria telefonica. L’ansia le strinse lo stomaco: gli ospedali, i tempi, la pioggia che scrosciava giù dalla Vasarella loro casa nella zona universitaria.

Fuori, l’acqua batteva furiosa contro i vetri, trasformando le strade quasi deserte intorno a via Zamboni in fiumi scuri. Non un taxi in vista, nessun vicino sveglio da chiamare. L’auto era dal meccanico da tre giorni. Il telefono tremò tra le sue mani mentre digitava febbrilmente “Radio Taxi Bologna”. La chiamata fu accolta dopo due squilli. Una voce calma, professionale: “Radio Taxi 24, sono la signora Claudia, dica pure.” Cecilia raggranellò le parole tra un singhiozzo di terrore, spiegando la febbre altissima di Sofia e quel dolore lancinante che non cessava. Indicò rapidamente l’indirizzo preciso. “Subito una macchina disponibile, signora. Informiamo l’autista dell’emergenza. Resti in linea fino all’arrivo?”

Meno di sette minuti dopo, un clacson discreto risuonò sotto casa. Un taxi grigio con il simbolo luminoso sopra il tetto si era fermato esattamente davanti al portone. L’autista, Riccardo, omone gentile con una barba grigia ben curata, saltò fuori sotto la pioggia battente senza esitazione, aprendo lo sportello posteriore riparato dall’ombrello che aveva estratto dal cofano. Cecilia scese le scale tenendo Sofia avvolta in una coperta, il piccolo corpo scottato e molle. “Passo io la bambina, signora,” disse Riccardo con voce bassa e rassicurante, prendendo Sofia tra le braccia con naturalezza. “È vicino, l’ospedale Maggiore. Dieci minuti con questo tempo.”

Il viaggio fu un lampo attraverso le vie bagnate e silenziose. Riccardo guidava con decisione ma senza bruschi scatti, aggirando le pozzanghere più grandi. Parlando dentro il microfono del cellulare

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