La pioggia insistente batteva sui vetri dell’appartamento di Luca mentre finiva di rileggere la sua tesi. Fuori, Bologna dormiva un sonno inquieto, avvolta dalla nebbiolina che saliva dalle strade bagnate. Erano quasi le tre di notte e lui doveva consegnare la cartellina rilegata alla segreteria della facoltà entro le nove: dopo mesi di sacrifici, quel faldone rappresentava la sua laurea. Chiuse la cartellina con cura, si infilò giacca e scarpe, prese le chiavi di casa e dell’ingresso condominiale e uscì, cercando di non fare rumore.
Scese le scale buie del vecchio palazzo dietro Sant’Orsola, il cuore gli batteva forte per la stanchezza e l’emozione. All’ultimo gradino, mentre cercava a tastoni l’interruttore della luce dell’androne, la scivolata fu inevitabile: il piede perse l’appoggio su una mattonella bagnata e umida, cadde goffamente, e le chiavi gli volarono di mano, ruzzolando con un tintinnio metallico nelle tenebre, sparendo nel vuoto dello stretto corridoio di accesso ai garage. Senza luce, afferrò il telefono dalla tasca e puntò la torcia: niente. Le chiavi erano precipitate attraverso la grata dell’altroce di uno stretto pozzetto di scarico accanto alla porta blindata d’ingresso, oscurissimo e profondo mezzo metro, pieno d’acqua piovana e immondizia.
Il panico fu improvviso. Erano le chiavi dell’ingresso principale! Senza quelle non poteva uscire, né rientrare se fosse uscito, e nessun altro condomino era in città. Senza quelle chiavi, non solo non avrebbe consegnato la tesi a tempo, ma sarebbe rimasto bloccato lì dentro nella cantina-fossa. Chiamò l’amico con cui doveva partire per la segreteria, ma squillava a vuoto. Erano le tre passate, sotto la pioggia, isolato. Si sentì sopraffatto.
Poi gli venne in mente il numero che aveva visto su un adesivo giallo

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