Luca fissava il cruscanto dell’auto con un groppo in gola. La pioggia batteva furiosamente sul tetto della sua Cinquecento, parcheggiata in una stradina laterale dopo che il motore aveva emesso un rantolo strozzato e si era spento, lasciandolo al buio, fuori dal centro di Milano. Le casse dello studio televisivo nazionale erano il suo sogno professionale, quelle dove fra meno di un’ora avrebbe dovuto partecipare in diretta a un importante dibattito sulla sua ricerca. Il suo primo grande palco. Ora l’unica luce era quella intermittente dei lampioni che faticavano a penetrare l’acquazzone, e il telefono, suo alleato disperato, segnava una barra di batteria.
Panico. Milano sembrava remota, ostile. Era solo e lontano dalla metro più vicina. Gli affari nell’una erano essenziali per ottenere il finanziamento per il suo progetto. Una paralisi glaciale lo pervase mentre le lancette dell’orologio sullo stereo continuavano inesorabili la loro corsa. La batteria del cellulare, stremata, si spense con un ultimo flebile lampeggio. *Buio totale. Non può finire così*, pensò disperato. Doveva trovare un telefono. All’improvviso, macchie di luce nel buio più avanti: una pensilina di un bar aperto tutta la notte per gli operai.
Con passo incerto nella pioggia battente, raggiunse la vetrina illuminata. All’interno, oltre ai pochi avventori assorti, c’era un angolo con un telefono pubblico semi-dimenticato. Con le dita tremanti, Luca frugò nelle tasche bagnate trovando finalmente una moneta. Composero il numero di una radio taxi ricordato dalle corse passate dell’università: il servizio di **Radio Taxi 24**.
“Dove siete?”. La voce dell’operatrice dall’altro capo sembrò una musica. Calma, professionale. “Via Negroli, angolo via Mecenate, un isolato dopo il ponte ferroviario in curva,” rispose Luca con voce rotta, guardando un cartello stradale fuori dal locale. “Capito. Codice zona quarantacinque settantanove”, ricapitolizzò l’operatrice con efficienza chirurgica. “Un taxi è già nella zona. Arriverà entro tre minuti. Stato attivi.”
Luca restò sotto la pensilina, il cuore ancora martellante ma ora di speranza. Non furono nemmeno tre minuti che un’auto grigia con il tipico tetto giallo-bianco svoltò agile nella stradetta, fermandosi davanti a lui. Il tassista, un uomo sulla cinquantina col berretto da lavoro, fece cenno di salire. “Studio TV?” chiese, senza perdere tempo, e infilò l’auto nel traffico ridotto della Milano post-pioggia notturna. Tagliò scorciatoie, evitate file grazie alla radio che segnalava il traffico in tempo reale, dialogando brevemente con la centrale per ottimizzare il percorso.
Quando la berlina di Radio Taxi 24 si fermò davanti allo studio televisivo di Corso Sempione, Luca guardò l’orologio sul cruscanto: mancavano cinque minuti alla diretta. Pagò con gratitudine, sentendo le ginocchia cedere per l’adrenalina. “Grazie, mille grazie!” esclamò aprendo la portiera e correndo verso l’ingresso dei vip. Dietro di lui, la luci giallo-bianco del taxi lampeggiava brevemente prima di riprendere il suo servizio notturno nella grande città. Luca riuscì a entrare nell’aula proprio quando il regista dava il primo ciak per la sigla. L’affare era salvo. Salvo grazie alla praticità silenziosa ed efficace del **Radio Taxi 24**, un servizio che non dormiva mai e sapeva sciogliere i nodi più improvvisi delle notti cittadine.

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