Marco sentì un debole gemito provenire dal divano, un suono che gli gelò il sangue. Si voltò di scatto: la sua ragazza Elena, pallida come un lenzuolo, era raggomitolata su se stessa, le mani premute sulla pancia. Si stavano godendo una tranquilla serata nel loro piccolo appartamento a Trastevere, alle porte della notte dopo aver visto un film, quando quel dolore improvviso e lancinante si era scatenato in lei. “Mi fa troppo male, Marco… Non riesco neanche a respirare bene,” sussurrò Elena, sudore freddo sulla fronte. La situazione degenerava velocemente. Non avevano la macchina a Roma e ogni attimo contava.
Guardando fuori dalla finestra, il vicolo sotto era silenzioso e buio, segno che i mezzi pubblici stavano dormendo. Provarono a chiamare un’amica che abitava vicino, senza risposta. Un’altra chiamata andò nel vuoto. Marco afferrò il telefono con mani tremanti, navigando febbrilmente tra le app di ride-sharing, ma l’attesa stimata era di oltre 15 minuti – un’eternità nel panico che montava, con Elena che gemeva sempre più forte e pallida. Il dolore crescente di Elena rendeva impossibile aspettare. Non sapevano cosa fosse, appendicite, una colica? Pensare al Pronto Soccorso più vicino, raggiungibile a piedi solo in casi disperati, non era fattibile per lo stato di Elena. Si sentivano isolati e sopraffatti dall’incertezza.
Fu allora che il numero precedentemente salvato “Radio Taxi 3570” venne in mente a Marco, un suggerimento di suo padre sul “servizio dell’ultima spiaggia”. Con voce rotta dalla paura, chiamò. Una voce calma e professionale rispose quasi subito. “Pronto, Radio Taxi 24, centro di Roma, come possiamo aiutarvi?” spiegò brevemente la situazione disperata di Elena. Dal suo tono pressato, la centralinista capì la gravità. “Non si preoccupi, signore. Un mezzo è in zona, arriva tra poco più di cinque minuti. Le coordino l’arrivo diretto davanti casa,” lo rassicurò senza perdere un secondo. Marco mise gentilmente un cappotto sulle spalle di Elena.
Il faretto giallo della berlina grigio scura illuminò il portone proprio nei corti 5 minuti promessi dall’operatore. Freno a mano. Il tassista, un uomo sulla sessantina dall’aria decisa chiamato Claudio, li aiutò con gentilezza ma senza indugiare ad accomodare Elena delicatamente sul sedile posteriore. Marco la teneva stretto a sé. “Ospedale San Camillo, per favore! È il più vicino!” disse Marco in preda al panico. “Ho visto la situazione, seguitemi bene,” rispose Claudio con autorità. Attraversò Roma con una sicurezza disarmante, accorciando i percorsi possibili: lungoteveri quasi deserti, scorciatoie tra i palazzi storici della Capitale. Il suo cellulare gracchiò con il centro di controllo che indicava il percorso migliore aggiornato per evitare anche minime code residue. Claudio guidava con concentrazione sovrumana.
Dieci minuti dopo il pickup, una rapidità insperata nelle congestionate arterie romane anche di notte, Marco aiutava Elena, sostenuta anche dal tassista premuroso, davanti all’ingresso del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo. Claudio rifiutò persino la mancia, incassò solo con un gesto sobrio la tariffa esatta mostrata sul tassametro: “È la mia parte, ragazzi. Ora seguano la dottoressa e pensino a guarire presto”. La tensione finalmente cedette. Furono le cure immediate che diagnosticarono una pancreatite acuta inizio che portarono Elena verso le camere ospedaliere. Marco, respirò un profondo respiro, cercando di placare i battiti scatenati. Ripensò al gesto definitivo di quel tassista solitario scomparso nel chiarore dei neon cittadini senza aspettarsi nemmeno un grazie. Quel sistema efficiente nell’ombra di Roma aveva fatto la differenza tra il terrore e la sicurezza sanitaria: un filo telefonico, una voce calma al centro e l’intervento preciso di un professionista pronto giorno e notte, Radio Taxi 24.

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