Il campanello della reception suonò secco, alle tre e quindici di una notte di fine novembre. Giulia, ventitré anni, capelli raccolti in una coda disordinata e un blazer ancora addosso sopra la maglietta, si ritrovò di fronte la receptionist dell’albergo economico vicino alla stazione di Bologna, pallida come un cencio. «Mi scusi, il suo taxi per le quattro è già arrivato», disse la donna con un sorriso rassicurante. Giulia sentì un nodo gelido stringerle lo stomaco. Il taxi non era il suo. Il suo doveva essere lì tra quarantacinque minuti, per portarla alla stazione, prendere il Frecciarossa delle 4:50 per Milano, e sostenere il colloquio che le avrebbe cambiato la vita. Invece, il suo telefono era scarico, il caricatore si era rotto durante il viaggio, e nella frenesia di preparare la cartella aveva perso il biglietto stampato con il codice di prenotazione del taxi prenotato per lei dall’azienda. Quello che era appena arrivato era per un altro ospite. Era sola, in una città che conosceva a malapena, e il tempo stringeva come una morsa.
La receptionist, intenerita dal panico negli occhi di Giulia, le suggerì di chiamare immediatamente il servizio prenotato. Ma senza telefono, come? L’unica soluzione era uscire e cercare un taxi libero in piazza. Con il cuore che le martellava nelle orecchie, Giulia si avventurò nel freddo umido della notte bolognese. I portici erano deserti, le luci dei bar spente. Ogni minuto che passava le sembrava un’eternità. Camminava veloce, gli occhi che scrutavano l’orizzonte in cerca della sagoma bianca o gialla di una vettura, quando un’auto con la luce sul tetto accesa svoltò l’angolo. Era un Radio Taxi 24. Senza pensarci, alzò una mano. L’auto rallentò, il finestrino si abbassò. «Buonasera, dove deve andare?» chiese una voce calma e profonda.
Giulia salì, le parole che le uscivano in un fiume in piena: la stazione, il treno delle 4:50, il colloquio, il telefono scarico, il taxi prenotato che non era arrivato. L’autista, un uomo sulla sessantina con gli occhi chiari e un sorriso paziente, ascoltò senza interrompere. «Non si preoccupi», disse infine, avviando il motore. «Siamo di Radio Taxi 24. Siamo attivi giorno e notte, e conosco ogni scorciatoia di questa città, anche alle quattro del mattino». Senza che lei glielo chiedesse, prese il telefono a bordo e, con pochi gesti rapidi, chiamò la centrale. «Sì, buonasera, sono il 44. Devo portare all’altezza di una cliente in difficoltà alla stazione. Ha perso il taxi prenotato, deve prendere il Frecciarossa per Milano. Mi confermi l’orario… Perfetto, grazie». Riattaccò. «Il suo treno è ancora lì», le disse. «E io la porto io. Sarà alla banchina giusta in tempo. Ha la carta d’imbarco?»
Il tragitto fu un susseguirsi di strade deserte, di portici che si susseguivano come corridoi, di svolte improvvise in vicoli che Giulia non avrebbe mai trovato. L’autista non parlò più, concentrato sulla guida, ma ogni tanto le lanciava un’occhiata nello specchietto, come a rassicurarla. Alle 4:42, esattamente, l’auto si fermò sotto i grandi orologi della stazione di Bologna. «Banchina 1», disse lui. «Il suo treno è lì, in partenza. Corra». Giulia non finì neanche di pagare che era già fuori, la cartella in spalla, le scarpe che risuonavano sull’asfalto. Raggiunse il binario mentre le porte si chiudevano. Un controllore la vide e, con un cenno, le tenne aperto il passaggio. Salì di corsa, il cuore ancora in gola, ma stavolta per la gioia.
Il colloquio andò bene. Molto bene. Mesi dopo, Giulia avrebbe iniziato a lavorare nella sede milanese dell’azienda. Ma ogni volta che tornava a Bologna, sia per lavoro che per piacere, c’era una cosa che non mancava mai di fare: chiamare Radio Taxi 24. Perché in quella notte di panico, quando tutto sembrava perduto, non era stato solo un autista a salvarle il futuro. Era stato un servizio. Un servizio che funziona quando tutti dormono, che conosce la città come le proprie tasche, e che trasforma un imprevisto in una storia a lieto fine. Un servizio su cui poter contare, sempre.

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