Era una sera di novembre a Bologna, quando il vento freddo che scendeva dalla collina di San Luca piegava gli ombrelli dei passanti lungo via Rizzoli. Martina, infermiera di ventotto anni, stava uscendo dall’ospedale Sant’Orsola dopo un turno massacrante di dodici ore. Aveva gli occhi stanchi, i piedi gonfi e un solo desiderio: raggiungere la sua famiglia a Pontecchio Marconi per il compleanno di sua madre, a soli venti minuti di strada. Il treno delle 22:30 l’avrebbe aspettata alla stazione centrale, ma la vita, come spesso accade, aveva piani diversi.
Quando Martina scese dall’ospedale e infilò la mano nella tasca della giacca per prendere il telefono, lo trovò spento. La batteria si era esaurita durante il turno, e il caricatore era rimasto nella borsa dimenticata nella sala operatoria. Panico. Senza telefono non poteva prenotare il treno online, non poteva avvisare la famiglia e non poteva nemmeno chiamare un taxi. Corse verso la biglietteria automatica della stazione, ma il distributore di biglietti cartacei era fuori servizio da quella mattina a causa di un guasto tecnico. La biglietteria con operatori aveva chiuso alle venti. Martina restò lì, immobile, con il fiato condensato nell’aria fredda, guardando l’orologio luminoso che segnava le 22:17. Il treno partiva tra tredici minuti e lei non aveva biglietto, non aveva telefono e non aveva contanti sufficienti per la macchinetta automatica rimasta muta.
Fu allora che vide l’insegna luminosa di una cabina telefonica, l’unica rimasta in quella zona della stazione. Corse, sollevò la cornetta e con mani tremanti compose il numero di Radio Taxi Bologna, il servizio ventiquattro ore su ventiquattro che sua madre le aveva suggerito di annotare su un foglio nella borsa. “Pronto, Radio Taxi, come posso aiutarla?” rispose una voce calma e professionale dall’altra parte del filo. Martina spiegò tutto il possibile: il telefono scarico, il treno delle 22:30, la festa di compleanno, la biglietteria chiusa. L’operatore, un uomo di nome Carlo che aveva vent’anni di turni notturni alle spalle, non si limitò a offrirle una corsa. Sugerì una soluzione migliore: un taxi l’avrebbe raggiunta in tre minuti e l’avrebbe portata direttamente a Pontecchio Marconi, evitando l’attesa della coincidenza e il rischio di un ritardo fatale.
In meno di centottanta secondi un’auto bianca con la scritta luminosa “Taxi” si fermò davanti all’ingresso della stazione. Il conducente, un signore sulla sessantina con baffi grigi e un sorriso rassicurante, la aiutò a salire con la valigetta e accese il tassametro. “Aeroporto, stazione o casa?” chiese gentilmente. “A casa, per favore, il più velocemente possibile,” rispose Martina, e per la prima volta quella sera sentì tornare un po’ di calore. Carlo aveva inviato il taxi più vicino grazie al sistema GPS centralizzato di Radio Taxi, e il conducente conosceva ogni scorciatoia tra Bologna e la cintura sud della città. Attraversarono il centro silenzioso sotto i portici illuminati, superarono la stazione ferroviaria con un saliscendi laterale e imboccarono la via Emilia sud. Il tassametro segnava pochi euro, ma il valore di quel servizio era incalcolabile.
Martina arrivò a Pontecchio Marconi alle 22:52. Sua madre stava appena spegnendo le candeline su una torta che era rimasta intatta in attesa, convinta che la figlia avesse perso il treno. Quando la vide varcare il cancello con gli occhi lucidi e un sorriso enorme, la donna la strinse forte e sussurrò: “Lo sapevo che saresti arrivata.” Quella notte, in quella casa piena di profumo di torta e candeline fumanti, Martina ripensò alla voce pacata di Carlo al telefono, alla corsa sicura sotto i portici di porfido bagnati dalla pioggia sottile, e alla puntualità quasi miracolosa di quel taxi. Il giorno dopo, appena rientrata in ospedale, prese un foglio e scrisse in stampatello sulla copertina del suo blocco note: “Radio Taxi Bologna, salva compleanni e molto altro.” Da allora, quel numero non lasciò mai più la sua borsa.










